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461. D-Hub

8 minuti 1468 parole

L’arte del riuso nell’atelier dove prende forma una creatività tutta al femminile. Intervista a Maria Antonietta Bergamasco di D-Hub. Entra in contatto con D-Hub

Parole: 1400 | Tempo di Lettura: 5 minuti

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Per cominciare qualche informazione su di voi: età, formazione, tutto ciò che ritenete necessario per presentarvi.
La nostra età è compresa tra i 27 e i 32 anni, siamo tre educatrici e ci siamo incontrate lavorando insieme in diversi progetti. Un denominatore comune è la passione per il nostro lavoro e l’averlo vissuto sempre in maniera creativa. Irene è neolaureata in Scienze della Formazione Primaria e sogna di fare la maestra (e siamo sicure che ci riuscirà e che saranno fortunati i suoi alunni e le sue alunne!); Paola lavora in un centro diurno; io in una comunità di accoglienza per madri sole e al Museo Africano di Verona, oltre a condurre un dottorato di ricerca sugli atelier di riuso creativo, come D-Hub.

Che cos’è D-Hub? Quando e come è nato il vostro progetto?
Questo progetto era nell’aria da tempo: con Paola sognavamo da anni un modo di immettere nel nostro lavoro anche le nostre capacità artistiche e creative. Nel maggio del 2013 abbiamo colto l’opportunità da un game di “Cattolica per i Giovani”, che chiedeva di sviluppare delle idee che potessero rispondere a delle esigenze della città. Abbiamo quindi ripreso la nostra idea di trasformare materiale povero e di riciclo in manufatti artistici all’interno di un laboratorio aperto soprattutto a donne creative ma con poche possibilità e strumenti. Ed è nato D-Hub!, un laboratorio urbano di riuso creativo. La nostra sede è a Veronetta, quartiere a noi caro e uno dei nodi centrali di Verona, aperto alla cittadinanza. È un laboratorio di ricerca-azione su come occuparsi di inserimento lavorativo per donne ospitate in strutture di accoglienza, su come validare competenze e su come realizzare percorsi di auto-promozione per le donne in generale. Il progetto è anche oggetto di una ricerca di dottorato. Vuole essere un bene comune, uno spazio a disposizione di chi lo desidera (da qui la collaborazione con la Sartofficina, tutti i martedì mattina). Vuole essere anche un modo di esprimerci e di stare in relazione. Infine, – e qui viene fuori la nostra professionalità di educatrici! – vuole interrogare il modo in cui i servizi e il nostro sistema di welfare si rivolgono a chi chiede un aiuto, cercando di mettere in discussione un sistema che troppo spesso si limita a trasferire risorse e non spinge invece le persone a trovare quelle risorse dentro di loro e nelle relazioni con persone nelle stesse condizioni.

D-Hub comprende 5 laboratori (carta, sartoria, bigiotteria, cultura del gioco auto-costruito e decrescita). In particolare mi interessa l’ultimo. In cosa consiste esattamente?
Questo laboratorio è gestito da Irene e consiste nell’auto-produzione di cosmetici e prodotti per la casa. È stata una deviazione rispetto alle sue passioni, con cui all’inizio volevamo lanciare un laboratorio di cucina povera e tradizionale del veronese e dei paesi delle donne che incontriamo. Strutturare una cucina però era meno low-budget di quanto non lo fosse un laboratorio come questo.
L’intuizione è stata semplicissima: se nelle comunità di accoglienza si auto-producessero alcuni alimenti o beni di prima necessità, quanto si risparmierebbe? Calcolavamo ad esempio che auto-produrre il pane genera un risparmio di 120 euro a persona all’anno.
Nell’attesa di realizzare una cucina, il laboratorio decrescita sta compiendo uno studio sui prodotti per la cura del corpo e della casa, che è poi un modo per prendersi cura di sé.

Quante e quali altre associazioni sono coinvolte?
Lavoriamo in relazione. Anzi, potremmo dire che la relazione è il luogo in cui lavoriamo. La rete è la più grande risorsa che abbiamo e ciò che ci permette di continuare il nostro lavoro.
Con noi collabora la già citata Sartofficina, laboratorio di sartoria di Azioni a Catena. Siamo inoltre in rete con alcune realtà che accolgono madri sole, come il Centro Diocesano Aiuto Vita e la Casa Accoglienza della Codess e del Comune di Verona. Con questa, l’estate scorsa abbiamo realizzato un progetto di sartoria per mamme che, partendo dal disegno del bozzetto, hanno realizzato un loro capo (per questo abbiamo coinvolto Marinella, stilista dalle mille risorse). Da queste realtà e da altre strutture del Comune ci arrivano richieste per tracciare dei percorsi di auto-promozione per donne momentaneamente in difficoltà.
Fare il nostro lavoro non sarebbe possibile senza l’apporto di Mag, le nostre levatrici, che ci guidano e ci aiutano a realizzare le nostre idee, oltre a permetterci di attivare dei tirocini e delle borse-lavoro per donne.
Ma la nostra rete si compone soprattutto di creative, che portano a D-Hub la loro professionalità e le loro linee: una tra tutte è Giulia, creatrice del marchio Golden Hands, che attualizza i tessuti africani.

So che avete allacciato un rapporto anche con progetto QUID. Ci raccontate di questa collaborazione?
Con progetto QUID e Anna Fiscale condividiamo molte finalità e sogni (e una bellissima amicizia!), anche se D-Hub si colloca in una fase di pre-lavoro. Il nostro compito è capire chi ha delle competenze che possono sbocciare e come permettere a queste competenze di fiorire. Essere in rete con QUID ha permesso ad alcune donne che abbiamo incontrato di trovare un lavoro presso questo marchio.
Per loro ci occupiamo di packaging e di alcune commesse, per le quali individuiamo chi le potrebbe realizzare e mettiamo a disposizione i nostri laboratori.
C’è un dialogo costante sulla sostenibilità e su come affrontare il problema della mancanza di lavoro per donne svantaggiate.

Quali sono state le difficoltà durante il vostro percorso?
Non avendo grandi doti burocratiche, destreggiarci tra alcune leggi e regolamenti è davvero difficile e ci prende più energie di quanto avessimo pensato inizialmente. Un esempio tra tanti: le norme (sacrosante) per evitare il lavoro sommerso non contemplano la possibilità, per un’associazione come la nostra, di attivare più di un tirocinio alla volta, aspetto che ci toglie la possibilità di accogliere più donne. Il nostro è un lavoro formativo e di relazione, che non si può paragonare a quello produttivo.
Altre difficoltà sono l’eterno dilemma: come stare nel mercato senza farsi risucchiare dal mercato? Come essere competitivi a livello economico, senza svendere quel plus che ha il nostro lavoro? Come far comprendere il valore della manualità?
Con le donne poi siamo sempre davanti ad un eterno bisogno di equilibrio tra attenzione alle biografie di ognuna e bisogno di pareggiare i conti a fine mese.
Le domande che ci facciamo sono tante ma si inseriscono in un orizzonte di pensiero più ampio, in cui siamo in tante e tanti – prima fra tutte la Mag – e questo ci sostiene.

E le soddisfazioni più grandi invece?
In questi giorni una delle donne che abbiamo incontrato qualche anno fa, quando non lavorava e stava in un dormitorio e che ora lavora proprio per QUID, di fronte alla mia proposta di lavorare con noi, ha rifiutato un compenso economico, affermando che il suo lavoro deve servire perché il laboratorio possa accogliere altre donne e permettere ad altre di sentirsi capaci, come era successo a lei.
Ecco, quando si crea una circolarità, quando le energie che mettiamo ogni giorno in questo progetto si trasformano e diventano contagiose, allora la soddisfazione è indicibile.

Quante donne siete riuscite a riabilitare finora e quali sono i principali contesti di provenienza?
Non ci piace parlare di riabilitazione. Paulo Freire ci insegna che “nessuno educa nessuno – nessuno educa se stesso – gli uomini si educano tra di loro con l’interazione del mondo”.
Siamo in questo processo con una quindicina di donne, di cui tre sono in tirocinio e con altre tre abbiamo attivato dei percorsi di co-working.

Che progetti avete per il futuro di D-Hub?
Stabilizzarci un po’. Nel nostro primo anno di vita abbiamo sperimentato, raccolto intuizioni, tessuto una rete di relazioni, accolto nuove collaboratrici e collaboratori. Crediamo che sia venuto il momento di fare un po’ di sintesi, trovare strumenti per narrare quello che facciamo e raccontarci. Stiamo elaborando un progetto per portare alla luce le storie che stanno alla base della creazione di un oggetto e coinvolgere maggiormente la cittadinanza e il quartiere. Insomma, indietreggiamo un po’ per prendere la rincorsa!

Secondo voi qual è la differenza tra fato e destino nella vita professionale?
È una domanda un po’ marzulliana… Non saprei, ma con D-Hub crediamo fortemente che il destino (professionale o non) sia qualcosa che ognuna di noi può e deve prendere in mano. Non ci siamo “inventate” un lavoro perché non ne avevamo uno, ma lo abbiamo fatto per essere protagoniste della nostra vita professionale e, perché no, di un mutamento che il sociale, prima o poi, dovrà scegliere di abbracciare.
Forse è una questione di punti di vista. Bernard Shaw dice: “C’è chi guarda il mondo e si chiede: perché? Io sogno l’impossibile e mi chiedo: perché no?”. E’ molto meglio pensarla così, no? Possiamo dirci artefici del nostro destino? Perché no?

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Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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