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536. Alessia Dulbecco

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Parole: 1.020 | Tempo di Lettura: 5 minuti

AlessiaDulbecco_profilo

Ha cominciato la sua carriera occupandosi di educazione e formazione per poi aggiungere a queste aree professionali le competenze del counselling. Ciò le ha permesso di lavorare in molteplici ambiti: percorsi per il sostegno alla genitorialità, consulenze in materia di educazione e formazione ad associazioni ed enti (pubblici e privati) e sessioni di counselling individuale, per aiutare le persone a migliorare il proprio benessere.

[pullquote]Si lavora meglio dove la comunicazione scorre…[/pullquote]

Alessia, che lavoro fai?
Mi occupo di benessere e realizzazione personale, conducendo percorsi di crescita pensati appositamente per le donne. Ho collaborato per diversi anni col Centro Provinciale Antiviolenza di Imperia, città dalla quale provengo, e ho capito che spesso noi donne viviamo al di sotto delle nostre potenzialità. Generalmente ho trovato nelle donne molta disponibilità a lavorare su di sé, a tentare di migliorare e cambiarsi, sono meno spaventate dalla propria componente emotiva e anzi sono spesso molto interessate ad approfondire la conoscenza della propria persona.
Un altro aspetto sul quale ho investito molto è il benessere in azienda: realizzo percorsi di counselling di gruppo pensati per migliorare la comunicazione, rendendo così il luogo di lavoro un ambiente più piacevole e produttivo. Si lavora meglio dove la comunicazione scorre e le persone sono consapevoli di possedere anche una componente emotiva (che deve essere “dosata” all’interno di ogni rapporto umano, quindi anche nei contesti professionali) e ciò influisce positivamente anche sulla produttività.

Qual è la tua formazione?
La mia formazione è prettamente umanistica. Dopo il diploma di maturità mi sono iscritta alla Facoltà di Scienze della Formazione presso l’Università di Genova. Ho dedicato il percorso triennale alla conoscenza dello sviluppo dei processi formativi, soprattutto rispetto al mondo degli adulti e della formazione professionale, e ho completato poi gli studi con la laurea magistrale in scienze pedagogiche. Terminato il percorso universitario, mi sono confrontata con il mondo del lavoro e ho capito che mi mancava qualcosa per realizzare al meglio la mia attività, così ho deciso di iscrivermi ad un master in counselling e sono diventata counsellor professionista.

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Cosa ti ha spinto ad intraprendere la strada della libera professione? Ha inciso la crisi economica o è stata esclusivamente una tua volontà?
Diciamo che la crisi c’entra ma non mi riferisco a quella economica. Fresca di laurea mi sono messa a cercar lavoro e ho scoperto che la figura del pedagogista, nel lavoro dipendente, è praticamente inesistente. Le cooperative assumono solo con la qualifica di educatore e, nel settore pubblico, la possibilità di ricoprire incarichi interessanti, come quello del coordinatore pedagogico, è ormai sempre più un miraggio. Così ho aperto la partita Iva e ho cominciato a lavorare nelle imprese come collaboratrice per enti pubblici e agenzie formative.
Lo scorso anno ho deciso di lasciare Imperia e trasferirmi a Firenze per creare un network professionale più solido e cercare nuovi stimoli. Attualmente collaboro con un paio di piccole cooperative e con uno studio privato. Trasferirsi, conoscere il territorio e stringere contatti non è stato semplice, ma il tessuto toscano è molto aperto e sensibile alle tematiche sociali: sono molto contenta della svolta impressa alla mia vita.

[pullquote]…sarebbe molto utile disporre di un albo professionale…[/pullquote]

A che punto è il servizio di counselling come libera professione in Italia?
In generale siamo ancora piuttosto arretrati e questo vale sia per il servizio di counselling che per quello di consulenza pedagogica intesi come libera professione. La legge n.4 del 2013, che sancisce alcune disposizioni per le professioni non regolamentate, ha reso più chiari i percorsi e i parametri da seguire rispetto ai percorsi di studio da intraprendere, ma la strada resta ancora lunga. Per dare una nuova legittimità alla professione di pedagogista, a mio avviso, sarebbe molto utile disporre di un albo professionale, esattamente come per altre professioni (come psicologi e assistenti sociali), e servirebbero meno guerre intestine e lotte di potere tra professioni.
Riguardo al counselling, se manca un riconoscimento legale, legislativo, è molto difficile potersi proporre all’interno dei servizi o avanzare delle richieste. Per fortuna alcune cose stanno cambiando e, perlomeno in Toscana, molte cooperative iniziano a richiedere personale con questa qualifica per svolgere attività specifiche, come ad esempio per il servizio del Sostegno Educativo Individualizzato.

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[pullquote]…spesso la società promuove, in modo latente o palese, una non-cultura educativa. [/pullquote]

Quali sono le maggiori difficoltà che incontri nel tuo lavoro?
Come prima cosa noto un problema di carattere culturale: le persone decidono di usufruire di un servizio, che come tale ha un costo, e quindi di investire sul proprio benessere psicologico e individuale solo se sono educate a farlo. Spesso si è indotti a preferire la strada dell’ospedalizzazione o della psicoterapia, senza passare da forme più soft e non farmacologiche, ma comunque molto efficaci, come quelle del counselling.
Per i problemi di tipo educativo, che spesso scaturiscono da difficoltà di relazione e comunicazione tra il giovane e le figure genitoriali o da modelli educativi sbagliati, si fatica ad intervenire perché spesso la società promuove, in modo latente o palese, una non-cultura educativa.
Poi, ovviamente, c’è l’assenza di riconoscimento delle due professioni, di mancanza di informazioni al riguardo. Molte volte mi capita di parlare con persone appena conosciute e, quando dico di essere pedagogista e counsellor, ho bisogno di definire e spiegare entrambe le professioni. Ad un assistente sociale, ad un fotografo, ad un grafico o ad un educatore ciò capita con meno frequenza. Una situazione di questo tipo può creare un certo senso di frustrazione.

Quali consideri essere i tuoi punti di forza?
Ne distinguerei due tipi: uno professionale e uno umano. La preparazione accademica e l’aggiornamento professionale sono elementi su cui investo moltissimo, mi piace conoscere gli ultimi sviluppi e le direzioni della mia professione, cercare di trovare nuovi intrecci per favorire lo scambio e i collegamenti tra saperi diversi.
Per quanto riguarda la componente umana, amo lavorare con le persone, stabilire contatti autentici e significativi, garantire loro un aiuto conscio e preparato, volto a condurli verso il superamento delle loro problematiche. Ho sentito spesso dire che le persone scelgono di svolgere professioni di aiuto anche per motivi personali, a volte occulti, e penso che in parte questo sia vero: sono professioni che scegli ma in parte sono loro che scelgono te.

I tuoi progetti per il futuro?
Nel futuro a breve termine mi piacerebbe far partire nuove collaborazioni con le scuole, avviare progetti sull’educazione emotiva e discutere sull’importanza di attivare degli sportelli di counselling scolastico.

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Sara Girardi

Intervista a cura di Sara Girardi

Appassionata di gatti, patatine fritte e Beyoncé è fortemente contraria a chi vive intrappolato nella propria comfort zone.

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