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30. Adriana Cavarero

10 minuti 1816 parole

Il corpo della donna, la differenza sessuale, il femminicidio. Intervista ad Adriana Cavarero

Adriana Cavarero insegna filosofia politica all’Università di Verona. È una delle massime esponenti degli studi arendtiani in Italia ed è conosciuta anche all’estero come esponente di spicco degli studi sulla differenza sessuale.

Adriana, qual è il tuo primo ricordo culturale?
La mia scoperta della letteratura, che è stata attraverso Il Mastino dei Baskerville di Conan Doyle. Non avevo mai letto un libro senza figure. Ero abbastanza piccola, perché facevo le elementari e l’ho trovato bellissimo. Ho trovato che c’era un universo che non conoscevo, un universo di pure parole senza illustrazioni che era molto più bello delle favole di Anderson illustrate, che leggevo prima, sebbene forse culturalmente siano superiori. Era un mondo parallelo, oltre al mondo in cui vivevo c’era il mondo della narrazione. Non è un testo altissimo, ma questa è stata la mia scoperta.

Hai mai avuto l’impressione che, nella tua vita, tutto fosse improvvisamente cambiato?
Non ho mai colto i salti, l’assoluta novità. Invece sono piuttosto d’accordo con Hannah Arendt nel dire che tutta la vita è fatta d’imprevedibilità. E quindi una specie di regolarità dell’imprevedibilità e del cambiamento, ma cambiamenti radicali, tipo credevo di avere una vita e invece me ne ritrovo una diversa, questi no. Ho una biografia abbastanza compatta.

Che cosa dicono gli altri di te?
Devo dire che i miei amici, per prendermi in giro, mi dicono che non ho un inconscio. Penso che in fondo sia vero, perché credo che gli altri mi percepiscano come mi percepisco io. Insomma, non ho l’impressione pirandelliana che gli altri non capiscano quanto sono buona, o brava, o la profondità della mia persona. Intanto, perché penso di non avere nessuna profondità e poi perché credo che l’essere sia apparire e penso di apparire molto e di nascondere molto poco. Per esempio, molti colleghi mi raccontano che quando fanno lezione non dicono tutto ciò che sanno, come se ci fosse in loro una riserva di sapere. Io ho sempre detto tutto ciò che sapevo ai miei studenti, se non l’ho fatto è perché ho avuto una dimenticanza. Ma non tengo delle riserve della mia “profonda” conoscenza di Platone che non dico agli studenti. Cerco di dirlo in maniera che per gli studenti sia comprensibile, cerco di evitare una tecnicità eccessiva, ma penso di avere poca profondità, poche cose interne, di non avere un interno che devo esprimere fuori, ma di essere tutta espressione.

Nella quarta di copertina dei tuoi libri, sei presentata come autorevole esponente degli studi arendtiani e figura di spicco del “pensiero della differenza sessuale”. Ti senti a tuo agio con questa “definizione” di te?
Sì, direi assolutamente di sì. Continuo a studiare Arendt e a scrivere su di lei anche se non scrivo mai libri monografici su Arendt, ma leggo Arendt e cerco di dialogare con lei in tutte le cose che scrivo. Guarda (mi mostra Hannah Arendt and the human rights di Peg Birmingham, ndr). Per quanto riguarda il femminismo, per me è stata un’importante prospettiva di pensiero che ho incontrato abbastanza tardi, perché avevo già più di venticinque anni. Sposare la causa della rivoluzione e della giustizia, insomma l’ala sessantottina, il marxismo e certe posizioni di sinistra, questo, anche per ragioni biografiche, mi è successo molto presto. Il femminismo, inteso come emancipazione della donna, era già una delle tematiche in gioco, ma non mi appassionava particolarmente rispetto ad altre. Invece poi, quando ho cominciato a percepire che non era solo una tematica tra le altre ma era una tematica trasversale molto importante per rileggere la storia della filosofia e per reimpostare un discorso etico-politico, allora mi sono dedicata ad essa con grande convinzione, con grande passione. Continuo anche adesso e penso che sia una chiave di lettura che si intravede in tutte le cose che scrivo, che non nascondo mai. Poi diciamo che femminismo è una categoria generale mentre differenza sessuale accenna a una determinata impostazione che è prima francese e poi italiana.

Riprendendo in mano i tuoi libri per preparare ques’intervista, da Nonostante Platone a Orrorismo, mi è sembrato di vedere un’evoluzione nel tuo pensiero. Nel primo, si trattava di denunciare l’oblio occidentale del femminile e di alcune sue categorie. Poi, come in A più voci, hai presentato alcune di queste categorie dimenticate. Infine, in Orrorismo, ho avuto l’impressione che fossi alla ricerca di una nuova soglia ontologica, di fronte alla quale la differenza sessuale forse traballa. Di fronte al crimine sull’inerme, le donne bomber sono eticamente reposabili quanto gli uomini…
Quando si scrive, lo si fa sempre in un contesto storico. Nonostante Platone è stato scritto in un contesto di forte affermatività della soggettività femminile. Per dirla in gergo, mettevo in gioco più un’espressione di libertà che un processo di liberazione. E infatti il libro è divertente, fiducioso, sarcastico e ironico. Orrorismo è stato scritto dopo l’11 Settembre e risponde al contesto tragico di una violenza globale incrementata e che si è incrementata anche dopo l’apparizione del libro. Rispetto alle forme di violenza note nel passato, quella di cui parlo ha i tratti totali dell’irregolarità e dell’eccesso, perché ha come target gli inermi. Ora mi pare che la questione di una simile violenza tocchi la questione dell’ontologia, poiché come Arendt diceva ai suoi tempi, altrettanto violenti, il problema ontologico del totalitarismo è che l’essere umano in quanto tale diventa assolutamente superfluo. Sebbene la nientificazione venga operata ora con altri mezzi, la violenza contemporanea ha gli stessi tratti: l’umano totalmente deumanizzato, colpito laddove si mostra più indifeso o vulnerabile, nell’inerme o nella popolazione civile.

Ma appunto, il fondo ontologico di cui parli in Orrorismo, non fa tremare la differenza sessuale?
Non è quello che volevo, ma se questo è stato il risultato lo accetto, perché il lettore fa sempre un passo in più rispetto a chi scrive. Non era questa però la mia intenzione. La questione del genere resta per me una delle categorie di senso dalle quali non si può prescindere, una datità elementare che emerge anche nel momento del crimine ontologico. È indubbio che da un certo punto di vista, se uno guarda alla dinamica degli eventi, che sia un uomo a farsi esplodere o che sia una donna, diciamo che i risultati non sono molto diversi né per le vittime né per l’attentatore. Ma poiché non sono meri fatti, ma sono fatti che interpretiamo, a cui noi diamo un senso, il fatto che sia una donna o il fatto che sia un uomo subito aprono immaginari molto diversi. Allora, l’immaginario stereotipato del femminile viene duramente colpito da questi eventi, perché la donna dà vita, è madre, nacque per condividere amore e non per condividere odio. Insomma, c’è tutto un ordine simbolico ben noto che viene duramente colpito. Dire che c’è semplicemente un rovesciamento di tale ordine, che c’è un’ingiuria suprema perché la donna, che dovrebbe dare vita, dà la morte, mi pareva semplicistico. Si doveva invece reinterrogare lo stereotipo femminile, e trovare, accanto alle mie rappresentazioni preferite, quella della “vergine col bambino”, ovvero della maternità del dono e della cura, anche l’infanticida Medea, o il volto dell’orrore che è Medusa.

Venendo all’attualità, che cosa ne pensi della categoria di femminicidio?
Si tratta di una categoria molto importante perché una cosa è tematizzare l’omicidio in quanto tale, un’altra è registrare quante donne siano uccise, oggi e storicamente, e quanti modi ci siano per uccidere una donna. La storia degli omicidi che hanno come vittime delle donne e per protagonisti degli uomini si iscrivono nella storia del cosiddetto ordine patriarcale, perché la moglie infedele si uccide, la figlia che non sta agli ordini e non rispetta si uccide, ecc… Da un osservatorio come il mio, l’evoluto Norditalia, il “delitto d’onore” può sembrare un ricordo del passato. Non è così, perché gli omicidi di donne sono statisticamente in aumento e in Europa l’Italia è il Paese che ha il numero più alto di femminicidi, un vocabolo inventato tra l’altro in Messico, dove gli omicidi di giovani ragazze sono tantissimi. Questi fenomeni sono legati a determinate culture e a determinate rappresentazioni, il Messico, l’Italia…perché è indubbio che negli ultimi vent’anni, e con l’onda del berlusconismo, ci sia stata una grande degradazione del femminile. Ora, quando il femminile viene rappresentato e moltiplicato attraverso i media come corpo giovane disponibile, donna attraente e vogliosa di essere posseduta, non si può che degradarlo a oggetto da possedere e di cui fruire. E si badi bene, come dimostrano gli affollati concorsi per diventare velina, è un fenomeno sociale e non una tara di poche persone vecchie e un po’ disturbate che si riuniscono ad Arcore. Ma se la donna è l’oggetto da possedere e l’uomo è il suo padrone è chiaro che, se un oggetto è tuo, quando l’oggetto non obbedisce ai comandi o non risponde alle tue voglie lo puoi distruggere.

A questo si mescola un altro elemento altrettanto importante, il fatto che dopo cento anni di femminsmo la figura maschile, sempre come socialmente rappresentata e percepita, si è a sua volta indebolita ed è indubbio che oggi non ci siano ruoli maschili ferreamente determinati di modo che, come poteva succedere all’epoca di mia nonna, si sappia che cos’è un padre o cos’è un marito o cos’è un vero uomo. Diciamo che le figure maschili sono diventate incerte. Siccome i femminicidi sono sempre da parte di un uomo, in genere abbastanza giovane, che è o un fidanzato respinto o un marito lasciato o semplicemente qualcuno che aveva in mente che la ragazza avrebbe ceduto alle sue offerte d’amore e invece non lo ha fatto, nei momenti in cui l’io viene colpito, perché la donna che doveva essere il tuo oggetto ti lascia o la fidanzata ti lascia, è come se risorgesse il fantasma di quello che dev’essere il vero uomo, il vero padre, il vero guerriero. Allora, questi si identificano e ammazzano.

Come se l’uomo contemporaneo non accettasse la parodia di se stesso?
Bravo. Forse anche di più. Come se uno passasse attraverso le molte parodie del maschile ma con questa totale incapacità di controllarsi, cioè totale incapacità di ridere e di sentirsi messo in gioco, visto che la parodia è qualche cosa che fa ridere. Naturalmente si sbaglierebbe molto a pensare che siano semplicemente momenti di grave crisi, di grave ira e grande passione. Questo apparterrebbe a un modello arcaico melodrammatico. Nella maggior parti dei casi di femminicidio che noi conosciamo non è così. Il marito o il fidanzato decide di uccidere, fa un piano, si procura un alibi preventivamente, naturalmente non sono dei veri geni per cui gli alibi sono in genere molto deboli, ma c’è anche l’elemento del calcolo dentro e si sbaglierebbe a dire che è un delitto di passione. Non hanno la struttura dei delitti di passione, ma di vendetta. Il femminicidio è insomma una questione grave, una questione filosofica.

 

Alberto Romele

Intervista a cura di Alberto Romele

Ogni mattina si sveglia stanco, con un dottorato in filosofia e tanti articoli in testa.

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