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Ale Giorgini

6 minuti 1089 parole

Parto sempre dall’idea che saper disegnare è una passione, non un talento, chiunque può imparare. Intervista ad Ale Giorgini. Entra in contatto con Ale

Parole: 1056 | Tempo di lettura: 5 minuti

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Ale Giorgini è un illustratore di Vicenza che ha tra i suoi clienti Foot Locker, MTV e Warner Bros. Nei suoi disegni c’è il cinema di tutti i tempi, ci sono conigli, ippopotami, supereroi e l’immancabile musa, la sua cagnolina Betty. Da un amore per Hannah e Barbera è nato un lavoro a tutto tondo e con molte righe. Si è innamorato del disegno da piccolo e da adulto ne ha fatto una professione superando tutte le difficoltà che un mestiere creativo comporta. Ecco la sua storia.

Dov’è cominciata la tua strada nel mondo del disegno? 

Nella mia infanzia, quando mi sono innamorato del disegno, del cartone animato, del fumetto. Lo ricordo come il momento più bello della mia vita: non c’erano pensieri, il cervello era una spugna e trascorrevo le giornate a sfogliare fumetti nella biblioteca comunale sotto casa. Tuttavia alle scuole medie risultai gravemente insufficiente in educazione artistica e i miei genitori decisero che  al liceo artistico per me era preferibile una scuola per geometri. Ero consapevole che quella non sarebbe stata la mia professione, così durante quei durissimi cinque anni ho trovato un lavoro pomeridiano presso una piccola casa editrice. In questo modo ho potuto avvicinarmi ai computer e alla grafica intesa come impaginazione.

Quali altre professioni hai provato prima di dedicarti all’illustrazione?

Ero così determinato a scappare dal mio destino di geometra, che mi sono buttato a fare l’art director per un’agenzia pubblicitaria: era una professione che mi piaceva, non un ripiego, stimolante, ma sentivo che non era il mio.

Cosa ti ha fatto cambiare idea?

Qualche anno fa, in un momento piuttosto difficile, ho sentito che non c’era più tempo da perdere. Ho compreso che non volevo proseguire con questo lavoro fino a 60 anni: temevo di svegliarmi un giorno e lamentarmi di aver vissuto una vita che non fosse completamente mia. Ho deciso così di prendere in mano le mie cose e iniziare a provarci.

Quali sono stati i primi passi? 

Prima di licenziarmi ho provato a tessere una rete di pubbliche relazioni con disegnatori, con persone che potessero consigliarmi. Avevo una pila di disegni nel cassetto ed era il momento giusto per farli uscire e mostrarli a qualcuno. Con un po’ di faccia tosta li ho mandati a uno degli oggi ex disegnatori di XL: gli sono piaciuti tanto da proporli al suo direttore, che mi ha chiesto una storia. Sono partito con un primo tentativo nel 2007, prima un po’ saltuariamente, poi trovando sempre più spazio e un personaggio che piacesse ai lettori.

Quali sono stati i mezzi necessari per iniziare? 

Fortunatamente il mio lavoro non richiede investimenti iniziali. Possedevo già un computer.  Dovevo piuttosto trovare gli strumenti umani: il coraggio, che latitava nei primi tempi, la forza di licenziarmi e chiudere una collaborazione di una decina d’anni. Dire addio a uno stipendio fisso e buttarmi nel vuoto. La visibilità che mi avrebbe dato quest’esperienza era così grande da non poter rifiutare:  andare in giro agli eventi per farmi conoscere dal pubblico e a mia volta conoscere dell’ambiente, gli editori, altre testate, i disegnatori e carpire qualche segreto.

Il web è uno strumento fondamentale nella tua professione. Oltre a quello cosa si trova solitamente nella tua “cassetta degli attrezzi”?

Ho sempre desiderato disegnare fumetti e cartoni animati. Quando ero piccolo era un’impresa crearne uno: servivano una cinepresa, gli acetati, un teatro di posa, bisognava disegnare tantissimo… È stato illuminante capire che con un software, un computer ed un mouse avrei potuto dar vita ai miei personaggi. Quindi nella mia borsa non possono mancare l’indispensabile smartphone, una moleskine e una matita, perché il contatto con la carta mi serve ancora.

Quali sono i rapporti con i tuoi colleghi? 

L’impatto iniziale non è stato piacevole, ma non do peso alla cosa. Adesso il mio lavoro è divertente anche perché collaboro esclusivamente con persone con cui c’è sintonia. E nel complesso dove hai riscontrato maggiori difficoltà? Parto sempre dall’idea che saper disegnare è una passione, non un talento, chiunque può imparare. Personalmente mi sono allenato molto, perdendo notti, mesi, anni per imparare a disegnare, ma i miei erano solo esercizi di stile, vuoti. Lo scoglio infatti non risiede nella mano, ma nel cervello. È la visualizzazione e la traduzione in segno di quello che hai dentro la parte complessa, che ho sempre trascurato, perché non avendo studiato volevo dimostrare che sapevo disegnare. Bisogna prima capire cosa devi comunicare, quale storia raccontare, il messaggio da lasciare. La mano è solo uno strumento per dar voce alla sensibilità.

E come hai risolto questo problema? 

Per diventare come i grandi Pratt, Zerocalcare, Gipi è necessario dare una propria visione del mondo. Per capire quale fosse la mia ho fatto un percorso a ritroso, tornando alla mia infanzia, al primo amore. Ho realizzato che quei cartoni animati, quei libri disegnati, quell’estetica in un certo senso vuota, creata puramente per far sorridere la gente, per farla star bene era la mia fonte, la mia ispirazione. Era ciò che mi faceva star bene e riempiva le mie giornate. Così ho preso quelle sensazioni, quell’estetica, le linee geometriche apprese a scuola e quel segno un po’ retrò e ho cercato di portarle ad oggi. Mescolare la parte più bella e più brutta della mia vita per cercare di far star bene, come stavo bene io all’epoca, chi guarda le mie illustrazioni.

È questa la formula per riuscire in quanto creativo?  

Prima percepivo quando un disegno lo tiravo fuori a forza perché ero obbligato, oppure mi usciva di getto. Penso che il pubblico lo capisca e credo che se riesci a trovare una visione che venga compresa, che piaccia e fatta propria anche dai lettori, allora hai fatto bingo. Quando ho iniziato a divertirmi nel mio lavoro usando questo stile, ho finalmente riscosso ampi consensi e la situazione mi è esplosa in mano. Evitare di snaturarsi e rispettare il mio senso estetico sono stati gli strumenti vincenti per ritagliarmi uno spazio piuttosto importante in Italia e all’estero.

E come definire quindi l’elemento portante del tuo lavoro?

Far ridere la gente, la prendo come una sorte di missione, colorare e far sorridere il mondo.

Obiettivi per il futuro?

Il mio sogno è di riuscire un giorno a creare un bacino clienti tale da permettermi di vivere in barca e girare i porticcioli del Mediterraneo. Lavorare in rada al disegno, poi prendere la barca e muovermi, mangiare nei porticcioli con la mia compagna e Betty.

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(Le foto sono di Riccardo Turco Liveri)

Anna Mantoan

Intervista a cura di Anna Mantoan

Sociologa dalla pedalata costante, in bilico tra il vintage e il gluten free.

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