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Andrea Vaccari

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Quando ho rifiutato due proposte di Google mi hanno dato del matto, ma sono andato avanti per la mia strada. Intervista a Andrea Vaccari.

parole: 744 | tempo di lettura: 3 minuti

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Voi cosa vi aspettereste da un ragazzo che a 29 anni vanta una laurea in ingegneria informatica al Politecnico di Milano, un dottorato alla University of Illinois di Chicago, anni di ricerca al Mit di Boston, molteplici internship a Google e una startup (Glancee) venduta a Facebook per milioni di dollari? Molte cose, probabilmente, ma forse quello che non vi aspettereste di trovarvi di fronte è un ragazzo di un’umiltà quasi inverosimile, che mentre racconta del suo lavoro ti fa tornare alla mente quando da ragazzina giocavi con i lego e non c’era niente di più bello al mondo. Una passione, quella di Andrea per il mondo digitale e la tecnologia, quasi infantile, sincera, contagiosa.

Andrea, sei sempre stato appassionato di cultura digitale? Come è iniziato tutto?
La mia propensione per la tecnologia è nata spontaneamente, i miei genitori mi hanno comprato il primo computer a 13 anni, nel 1996, quindi relativamente tardi. Quello che da subito mi ha affascinato della programmazione è la possibilità di essere creativo, una volta che hai imparato il codice capisci che le possibilità sono davvero infinite. Un po’ come dipingere, o scrivere. Parti da un’idea molto semplice che grazie a te può diventare quello che vuoi, hai il controllo di meccanismi anche molto complessi e li puoi rigirare a tuo piacimento. Quando frequentavo l’Alta Scuola Politecnica, ad esempio, c’erano dei requisiti di presenza che non potevo soddisfare, essendomi trasferito negli Stati Uniti. Così, diciamo grazie alle mie “doti di programmatore”, ho escogitato un modo per poter risultare frequentante anche se non ero presente fisicamente in aula.

Quale caratteristica della tua personalità ha maggior contribuito a farti diventare quello che sei oggi?
Una cosa che mi dicono in tanti è che sono testardo. Ma non è il modo in cui mi piace pensare a me stesso, un testardo è infatti una persona che continua a pensare di aver ragione anche quando è nel torto. Nel mio caso, invece, mi piace pensare di essere in grado di portare avanti una visione forte, anche in mezzo a mille difficoltà. Sono uno che pensa con la sua testa, non sto sempre a guardare quello che fanno gli altri. Scelgo io con che regole giocare, senza farmi troppo influenzare. L’imitazione a volte è un bene, ma fino a un certo punto. Mi hanno definito matto quando ho rifiutato ben due proposte di lavoro a Google, una come ingegnere e l’altra come product manager. Ma io ho portato avanti la mia visione, la mia creazione.

In che cosa noi italiani siamo bravi, e in che cosa no.
Abbiamo il talento, rarissimo negli States, di pensare fuori dagli schemi, la capacità di trovare una soluzione creativa ad ogni problema. Il nostro vero plus non è il gusto per il bello o il buono, ma il pensiero laterale. Il problema è che, allo stesso tempo, tendiamo a usare tale inventiva per giustificare i nostri errori e i nostri fallimenti. Non ci assumiamo le nostre responsabilità e deleghiamo, nel bene e nel male. Riusciamo sempre a trovare una spiegazione eloquente per non aver fatto la cosa giusta.
In più, rispetto a noi, gli americani hanno il cosiddetto hustle. Immaginate di essere in un bar, davanti al bancone c’è una massa di gente che vuole ordinare da bere. Quello che riesce a farsi strada raggiungendo il barman, attirare la sua attenzione e ordinare il benedetto cocktail è quello che ha l’hustle. Gli altri stanno indietro, e aspettano. Ad avere hustle lo si impara sin dall’università.

Vita privata e professionale: quale viene prima?
Non ho mai pensato al lavoro e alla mia vita privata come a due cose distinte. Forse perché ho sempre fatto il lavoro che amo, che è la mia vita e la mia passione. Il mio drive, quello che mi fa svegliare la mattina, è la volontà di cambiare le cose, il mondo, migliorarlo. Lo so, sembra un cliché, ma è la verità. È quello di cui ho bisogno per essere felice. Ovviamente ho anche una vita privata vera e propria! Amo la mia ragazza. Siamo andati a vivere insieme dopo solo due settimane che ci eravamo conosciuti. Vivevamo abbastanza lontani quando ci siamo incontrati, ma io volevo averla vicina e passare il mio tempo libero insieme a lei invece di sprecarne anche solo una minima parte nel tragitto per raggiungerla.

[L’intervista di Irene continua anche su Corriere Innovazione]

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Irene Pasquetto

Intervista a cura di Irene Pasquetto

Laureata magistrale in Editoria e Giornalismo e iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2010, è specializzata in giornalismo digitale e nella creazione e gestione di community digitali. Lavora come giornalista, blogger e web editor per diverse realtà del settore. Fa ricerca nell’ambito delle teorie e tecniche della comunicazione digitale. E' vice presidente di TEDxVerona.

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