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Anna Fiscale / Progetto Quid

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Pezzi unici fatti a mano, da una molletta a una storia di imprenditoria da grandi. Intervista ad Anna Fiscale di Progetto Quid. Entra in contatto con Anna

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Due anni fa vi abbiamo raccontato la storia di Progetto Quid, un’iniziativa nata dall’idea di cinque giovani che volevano creare magliette con materiali di recupero. Oggi abbiamo richiamato Anna  Fiscale – ideatrice del progetto insieme a Ludovico Mantoan (management e aspetti finanziari), Elisabetta Stizzoli (creativo/esperto di moda) e Umberto Brambilla (creativo/esperto di moda) – per un bilancio del progetto che, grazie al famoso quid in più, continua a crescere…

Anna, qual è stata la molla (è proprio il caso di dirlo!) che ha fatto scattare l’idea?

In questa storia ci sono state più molle che in qualche modo si sono mosse contemporaneamente e hanno fatto scattare l’ingranaggio. Come nelle migliori storie si è trattato di coincidenze fortunate. Io tornavo a Verona reduce da una serie di esperienze nella cooperazione internazionale che mi avevano lasciata perplessa sulla possibilità di attuare un cambiamento efficace e duraturo. Con il peggio della crisi appena alle spalle con alcuni amici d’infanzia si parlava di mettere in piedi un progetto locale, innovativo e che puntasse su valori alti. È bastato sentire un’amica raccontare di un’esperienza di volontariato in carcere per unire i punti sul foglio. Io ho sempre amato modificare i miei vestiti, la moda mi sembrava il modo giusto di veicolare al mercato valori alti. Per esperienza personale sapevo quale soddisfazione potesse dare il creare ‘concretamente’: una soddisfazione che pensavo potesse fare bene a donne con un passato di fragilità e soprusi.

Come avete fatto a conquistare la fiducia dei vostri primi sostenitori?

Convincere il nostro brand partner non è stato semplice. Bisognava tradurre un sogno in percentuali, numeri e scadenze. Quello che non ci è mai mancato è stata la convinzione e il non volerci dare per vinti. Così dopo diversi tentativi, piani, idee – cancellati e riscritti più e più volte – siamo arrivati a realizzare la ‘formula QUID’. La prima partitura di capi è stata distribuita durante eventi locali a Verona nel Natale 2012. Il primo temporary store, e dunque l’occasione di costruirsi una clientela affezionata anche attraverso la relazione umana, è arrivato sei mesi dopo.

Raccontami del recentissimo Premio per l’innovazione Sociale. Perché ha vinto Progetto Quid? Vi aspettavate di vincere?

Da un lato non ci aspettavamo di vincere perché il livello degli altri finalisti era altissimo, dall’altro sapevamo di aver dato il massimo – tutto quello che potevamo – per la stesura del business plan. Durante il training offerto dall’Unione Europea abbiamo cercato di imparare il più possibile. Crediamo il progetto sia piaciuto per due motivi. In primo luogo in un’epoca di start-up orientate alla tecnologia e all’on-line noi eravamo tra i pochi a ‘produrre’ qualcosa di concreto e a seguire il percorso del prodotto dalla realizzazione alla vendita. In secondo luogo crediamo di aver centrato il punto. QUID è un prodotto di innovazione. Il concetto di moda etica che si appoggia a un brand partner non è nuovo. Nuovo è però l’approccio bottom-up e  quello sul lungo termine. Un aspetto originale di QUID è la capacità di declinare la moda etica in un modello di business accessibile e orientato alle tendenze.di mercato. Combinando sostenibilità umana e ambientale abbiamo trovato anche la quadratura del cerchio!

A quante persone siete riusciti a dare lavoro finora?

Al momento impieghiamo 15 donne nel nostro team di sarte, 12 delle quali con un passato di fragilità e con status di lavoratrici di categoria protetta. Parte delle nostre sarte lavora nel laboratorio QUID, parte lavora presso cooperative fornitrici esclusive di QUID. Da poco abbiamo realizzato una collaborazione con il penitenziario di Montorio, dove le detenute hanno la possibilità di essere formate e produrre capi per noi in un piccolo laboratorio interno al carcere. Un core team di circa 10 persone – molte delle quali volontarie e freelance – si occupa di comunicazione, direzione artistica e gestione finanziaria e manageriale.

L’idea dei temporary store è davvero interessante. Come mai dei temporary store? Di solito chi vi concede gli spazi? 

Gli spazi ci vengono concessi in comodato d’uso dal nostro brand partner, Intimissimi (per Vicenza e Trento) o da privati (per Verona). Si tratta di locali sfitti che QUID rinnova con mobili di recupero. L’idea di sfruttare il ‘vuoto a rendere’ di questi spazi è in linea con la nostra filosofia produttiva: inventarsi qualcosa in base a ciò che è disponibile. I nostri vestiti nascono da un procedimento produttivo ‘al contrario’; le creazioni sono ispirate dalla materia prima da recuperare. Similmente gli store durano per il periodo in cui c’è uno spazio disponibile.

Facciamo un salto a due anni fa, quando tutto ebbe inizio: non si comincia mai un progetto senza porsi degli obiettivi. Guardandovi indietro quali sono quelli che avete già raggiunto?

Il nostro primo obiettivo era quello di creare un modello efficiente che permettesse di integrare in una realtà produttiva e creativa donne vittime di violenza domestica e sessuale. Lo scopo era quello di fornire loro gli strumenti finanziari, cioè il salario, e esistenziali, ovvero un nuovo profilo lavorativo, perché diventassero protagoniste del proprio riscatto sociale. Doveva essere un progetto di solidarietà ma lontano da logiche assistenzialiste. Le nostre 15 sarte ormai esperte sono la prova che siamo riusciti in questo intento. Il fatturato in crescita è la prova che siamo riusciti a rendere il buono bello, accattivante e a prova di mercato.

Quali sono state le difficoltà incontrate nel periodo immediatamente successivo alla nostra prima intervista? C’è stato un momento in cui avete pensato di non farcela?

Abbiamo investito così tante energie in questo progetto che la possibilità di non farcela non ci permettiamo di prenderla in considerazione. Ci sono stati momenti in salita, certo. I negozi sono una grande risorsa in quanto offrono grande visibilità, allo stesso tempo richiedono di essere curati e riforniti. Le nostre sarte sono spesso alla prima esperienza lavorativa, bisogna motivarle e seguirle nel processo di adattamento ai luoghi e agli orari di lavoro.

A due anni dall’inizio della vostra avventura, quale credi sia stata la più grande soddisfazione finora?

La più grande soddisfazione è stata forse l’apertura del negozio. È stato allora che ci siamo resi conto che non eravamo più un progetto fatto di riunioni serali e minuti strappati alle pause pranzo. Eravamo una presenza nella città.

E quale vorreste fosse la prossima?

Ci piacerebbe produrre una collezione limitata firmata da nomi emergenti dell’eco-fashion internazionale. Ci piacerebbe collaborare anche con marchi dell’alta moda Made in Italy. E naturalmente sbarcare oltremanica e oltreoceano! Conquistando l’Europa.

Siete tutti dei giovanissimi che due anni fa, nel pieno di una crisi e uno sconforto generazionale, hanno deciso di incontrarsi, di darsi un’opportunità per trasformare un sogno e una passione in lavoro. Il vostro è un esempio importantissimo. Che consiglio vi sentite di dare a chi ancora ha paura di saltare?

Probabilmente due consigli. La tenacia e il non arrendersi. Non è possibile non farcela, ce la si fa sempre. Magari i tempi e i modi non sono quelli immaginati e pianificati all’inizio, bisogna sapersi mantenere elastici e costruire piano piano, pezzo per pezzo, un progetto. Anche i passi indietro sono un segnale di crescita: si riconoscono le proprie energie e si ridefiniscono gli obiettivi. L’importante è non stare fermi.

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Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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