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457. Atelier della Traccia

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Uno spazio di libera espressione, per bambini di tutte le età. Intervista a Maria Pia Sala, Atelier della Traccia. Entra in contatto con Maria Pia

Parole: 1119 | Tempo di Lettura: 4 minuti

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Una innata propensione a lavorare con i bambini, una vocazione creativa che litiga con un lavoro rigoroso, un incontro casuale e straordinario con una proposta rivoluzionaria. Da una stanza in casa dedicata al “gioco del dipingere” al suo primo Atelier, ispirato al Closlieu di Arno Stern. Così Maria Pia Sala ha creato uno spazio di libera espressione, per “bambini” di tutte le età.

Maria Pia, raccontaci il tuo percorso professionale.
Sono architetto, specializzata in gare d’appalto. Ho lavorato per anni all’interno di società di ingegneria e con architetti progettisti, ora lo faccio da libero professionista. È un lavoro che richiede competenze specifiche e per questo mi dà soddisfazione, ma non risponde alla mia vera natura creativa. Ho sempre lavorato con i bambini, ed è questa passione che mi ha mosso verso un’attività nuova, nella quale oggi sto investendo molto: il mio Atelier della Traccia.

Cosa si fa nel tuo Atelier?
Tengo a precisare: non si viene qui per imparare a disegnare. Questo è uno spazio di libera espressione, ispirato al Closlieu di Arno Stern. Qui si svolge un’attività di gruppo, con persone di diverse età, bambini dai 3 anni in su, giovani, adulti, senza esclusioni di sorta. È un posto unico, dove non si esprimono giudizi e dove ci si riappropria della propria espressività. Non esiste competizione o confronto, ma solo relazione tra i partecipanti. Per un’ora circa ci si rilassa, sentendosi davvero liberi di esprimersi. Per un bambino piccolo è più facile, per un adulto o per un bambino più grande, che sono più strutturati, è una conquista. Tracciare diventa una sorta di meditazione, di sospensione del pensiero.  Serve un po’ di tempo per imparare a lasciarsi andare, e stare nel gruppo con i bambini aiuta moltissimo, perché loro sono spontaneità e facilitano questa riconquista dell’adulto. Questa non è da intendere come una terapia ma dà molti benefici, dal relax alla capacità di adeguarsi al nuovo (rappresentato dal foglio bianco), si coltiva la pazienza e la calma, si esercita l’equilibrio fisico, si raggiunge un nuovo livello di fiducia in se stessi, proprio perché non c’è incoraggiamento esterno e tutto parte da noi.

Da dove nasce l’idea dell’Atelier della Traccia?

Nel 2007 mi sono presa un anno sabbatico, e sono andata in India. Lì ho assistito ad una conferenza di Arno Stern (un signore di origini tedesche, che vive a Parigi e oggi ha 91 anni) che mi ha subito affascinata. Ho seguito un primo corso lì, poi, tornata in Italia, ho continuato ad informarmi sulle sue idee, anche incontrandolo ad altri corsi e conferenze, e ho seguito gli stage di Miranda Magni, la sua referente italiana. Ho iniziato quasi per gioco, dedicando una parete, poi una stanza di casa mia, fino a questo atelier, aperto a fine 2014. Dapprima ho invitato i bambini dei miei conoscenti, ma portare l’atelier fuori di casa mi è servito a decidere di investire di più su questa attività.

Tutto nasce da Arno Stern. Raccontaci di lui e delle tracce.
Arno Stern era un bambino tedesco, ed ebreo, negli anni della guerra.  Un bambino cresciuto in una continua fuga per l’Europa; pur essendo figlio di una famiglia colta, non ha mai frequentato una scuola regolamentare, con grande vantaggio per uno sviluppo straordinario della libertà mentale e della sua capacità intuitiva. Finita la guerra, ha lavorato con i bambini di un orfanotrofio, lasciandoli giocare con i colori. Da lì ha iniziato a notare come i segni che loro tracciavano, ad ogni età, fossero riconducibili ad elementi che si ripetevano. Negli anni arrivò a dimostrare l’universalità di queste tracce, che si riscontrano in ogni cultura del mondo, quando vengono prodotti da persone libere dalle sovrastrutture. Ne ha codificate 72 e, come possiamo aspettarci, sono molto evidenti nei bambini piccoli, non ancora sovrastrutturati, come si trattasse di una “memoria cellulare” che la persona ha in sé e cerca di esprimere. Il bambino gioca con le tracce, che usa per mettere in scena il suo mondo, e per il puro piacere del movimento della mano, in un gioco libero. L’Atelier è lo spazio di salvaguardia delle tracce naturali e del gioco libero, sempre più difficile nelle nostre società. Qui non si interviene, non si insegna “come si fa” e non si commenta. Nello spazio chiuso e dedicato al tracciare, ognuno si sente libero al 100%.

Qual è il tuo ruolo, durante l’attività dei partecipanti?

Il mio ruolo si definisce di “praticienne”, il servente del gioco del dipingere. Mi astengo totalmente dal giudizio, con totale rispetto per ciò che le persone dipingono. La mia funzione è di accoglienza e disponibilità, di aiuto anche materiale (attacco i fogli, ne aggiungo se serve, raccolgo le gocce di colore che cadono) e di supporto affinché siano liberi di esprimersi e di non pensare ad altro. Non chiedo mai cosa stiano facendo, non commento. Solo così possono essere spontanei. Quando questo accade, allora nascono immagini di un’armonia incredibile. Non è arte, sono lavori che nascono come frutto di libertà espressiva, e che nessuno vedrà mai. I lavori restano in atelier, non vengono consegnati nemmeno all’autore. Mostrarli significherebbe esporli al giudizio di altri, farli diventare un prodotto, mentre sono solo l’espressione di quel momento, misto al piacere di realizzarlo, non sono oggetti cui attaccarsi.


La tua passione è diventata business?
Non mi piace parlare di business, in senso di obiettivo economico, perché è contrario alla filosofia stessa della proposta. Questa attività si sostiene e io investo molto, in termini di energia e tempo, perché cresca ancora. Il mio sogno è che questa, assieme alle altre mie attività di divulgazione degli studi di Stern e del suo approccio educativo, diventi il mio lavoro principale, ma l’obiettivo economico resta in secondo piano, proprio per rispetto alla tradizione cui si ispira la mia proposta.

Come ti vedi in futuro?
Vorrei portare un cambiamento nel mondo dell’educazione, proseguendo la battaglia di Arno Stern per favorire il gioco libero dei bambini. Vorrei lavorare sempre con i bambini, ma fare anche formazione a insegnanti e genitori su questi temi che ho approfondito, e che meritano di essere conosciuti per ampliare il nostro orizzonte di educatori, o anche semplicemente di adulti.

Fato o destino? Quanto contano nella nascita del tuo Atelier della Traccia?
Le casualità sono troppo forti in questa vicenda per poterle ignorare. Io credo molto che se sono arrivata fino a qui è per andare oltre. L’incontro con Stern, il mio essere sempre calamitata dal mondo dei bambini (anche come architetto ho disegnato molti spazi per l’infanzia), il senso di libertà che per me è un valore fortissimo: se metto insieme tutto questo, arrivo all’Atelier.

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Anna Baldo

Intervista a cura di Anna Baldo

“Scrivere per mestiere, per passione, mai per caso”. Giornalista, addetta stampa, consulente per la comunicazione. Canto in un coro polifonico e nel tempo libero mi dedico al bricolage. C’è tutto in www.annabaldo.com

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