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Barbara Ventura / FabLab Bergamo

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Il FabLab non è un modello di business ma di condivisione sociale da cui possono partire modelli di business. Intervista a Barbara Ventura di FabLab Bergamo. Entra in contatto con Barbara

Parole: 743 | Tempo di lettura: 3 minuti

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Architetto di formazione, fondatrice di un Fablab per passione. Barbara Ventura si è lanciata in una sfida ambiziosa, che ha come obiettivo cambiare i modelli di business a partire dalla condivisione sociale. A Bergamo ha fondato e gestisce uno spazio ibrido che è un laboratorio dedicato al design, all’artigianato, passando dall’elettronica al digitale. Aperto in tutto, basta che ci sia una buona idea di fondo e si abbia “voglia di fare”.

Barbara, che cos’è un FabLab?

Un FabLab (faboulous laboratory) è un luogo dove unire cervello e mano, pensiero e praticità. Un fablab parte da un sogno ma deve necessariamente avere un riscontro pratico e concreto. Qui entra il mondo del fare. Questi sono i progetti che stiamo portando avanti: tangibili. Il termine lavoro per noi è legato al fare.

Da dove nasce il tuo amore per il fare?

Sin da piccola ho sempre mantenuto un legame forte con la manualità. ho cominciato a sentire la voglia di riscatto della parola crisi. ho cercato di iniziare a informarmi in merito a quello che era una sorta di movimento. Con Vittorio Paris, giovane ingegnere e attuale co-founder di Fablab Bergamo, abbiamo coltivato l’idea di aprire il laboratorio dopo aver partecipato all’evento “Trasformazioni Affini” a Milano. Siamo stati sostenuti dalla facoltà di ingegneria di Bergamo. Abbiamo visto il fab lab di Paolo Aliverti a milano, era poco più che un garage, ma mi aveva molto stupito che pur lavorando in garage avevo davanti una persona con una capacità critica, preparazione, e capacità di problem solving da manager di grande azienda. Questo mi ha dato molto coraggio, e Paolo ci ha spronato a seguire il suo esempio. Dopo l’apertura abbiamo riscontrato una passione da parte delle persone che sono venute a raccontarci cosa facevano che ci ha sorpreso. Non c’erano segreti, nessuna paura di raccontare, è stato come se non aspettassero altro che un luogo dove dar vita alla loro passione per la manualità.

Un fablab non è solo stampa 3d

Assolutamente no, quello è l’aspetto che fa più notizia ma è molto più complesso di così. Possiamo dire che un fablab è soprattutto uno scambio di idee, poi la stampa 3d ne è una parte. Noi siamo un’associazione e non una società così da mantenere più puro il concetto di condivisione.  Fablab non è un modello di business ma di condivisione sociale da cui possono partire modelli di business.

Quali progetti avete per il futuro prossimo?

Dal lato scolastico l’obiettivo è far colloquiare studenti degli istituti tecnici con studenti delle facoltà di ingegneria. Dal lato aziendale vogliamo mettere assieme aziende piccole e ferme con aziende che stanno lavorando molto così che le prime possano attingere dalle seconde e farsi stimolare.

Fai ancora l’architetto?

In Italia si fa poco l’architetto. Mi sono innamorata del design comunicazione modellazione 3d, queste derive che mi allontnano un po’ dall’architettura ma che mi arricchiscono. Devo fare questo outing!

Da chi ti fai ispirare?

Adoro uno studio francese che si chiama Lacatlone e Vassal.

Cosa comunica un fablab?

Siamo abituati a pensare che per ottenere un risultato dobbiamo partire con grandi mezzi in realtà no. Questo uccide molte potenzialità inespresse. Basta provare, sbagliare, riprovare, imparare.

Come si supera l’amatorialità?

È un riscatto dalla parola crisi. Coinvolgendo la parte accademica della città, la parte indirizzata alla ricerca, Chi fa prototipazione ad alto livello. Ibridando e mettendo in contatto le competenze alte con le capacità amatoriali. Non aver paura di utilizzare termini come lavoro e automprenditorialità, pur mantenendo la purezza nel crogiolo di idee che sostiene l’idea di fondo in termini sociali e culturali, è un riscatto dalla parola crisi.È un riscatto dalla parola crisi.

La virtù della crisi?

Credo abbia dato linfa alla rete, alla possibilità di fare rete. È più facile condividere e comunicare, forse per necessità. C’è un tale fervore che è difficile avere un panorama chiaro davanti agli occhi. Rifammi questa domanda fra un anno.

E fra 5 anni?

Mi piace immaginare di essere riuscita di fare quella rete che manca oggi, che un manager di un’azienda non abbia paura di venire a chiederci innovazione. Che si cominci a pensare ai grandi campi e non ai piccoli orti.

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Alessio Sartore

Intervista a cura di Alessio Sartore

Il suo sito è alessiosartore.com

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