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Camilla Salerno / Cimice Records

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Quando la musica diventa teatro: Cimice Records e i monologhi pop. Intervista a Camilla Salerno.

Parole: 1093 | Tempo di lettura: 4 minuti

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Camilla Salerno, dopo aver lavorato per due anni come copywriter in diverse agenzie pubblicitarie, lascia il lavoro per fondare un’etichetta discografica innovativa.

Camilla, qual è stato il tuo percorso formativo e lavorativo prima di intraprendere quest’attività?
Mi sono laureata in Relazioni Pubbliche e Pubblicità alla Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano. Dopo diversi stage, ho deciso di iscrivermi a un Master in Copywriting presso l’Accademia di Comunicazione a Milano. Ho fatto la copywriter per due anni, ma un giorno ho capito che non riuscivo a esprimere a pieno la mia creatività. Essendo nata e cresciuta in una famiglia che vive di musica da tutta la vita, ho deciso di seguire le orme dei miei genitori. Ho lavorato per quattro anni per l’etichetta discografica “Non ho l’età” finché, dopo vari scontri con i miei genitori, ho deciso di aprirne una mia: il modo di lavorare di “Non ho l’età” era troppo tradizionale, così ho pensato di creare qualcosa di innovativo e ho aperto Cimice Records.

Da dove viene il nome Cimice?
Mi stavo confrontando con mia sorella per scegliere il nome più adatto alla mia etichetta discografica e scherzando mi  propose Cimice per un duplice motivo: la cimice è l’insetto fastidioso, ma è anche l’oggetto tecnologico usato nell’ambito dello spionaggio, che permette di ascoltare le conversazioni di nascosto e di captare informazioni da tutte le parti. È nato come uno scherzo, ma alla fine ho pensato che fosse davvero geniale, pur essendo semplice.

Quali difficoltà hai dovuto affrontare per iniziare l’avventura di Cimice?
Tutto. Nonostante l’appoggio dei miei genitori – che mi hanno dato un minimo capitale iniziale e che tuttora mi aiutano nel momento del bisogno, sia economicamente, sia moralmente -, la difficoltà più grande è stata quella di dover gestire da sola una nuova attività, non potendo assumere altri collaboratori per contenere i costi e la prima cosa che ho fatto è stata improntare il lavoro in modo totalmente diverso da quello delle altre etichette.

In che senso?
Collaboro con Martino Corti, cantante, collega e compagno di vita da dieci anni. Con lui ho deciso di scardinare il paradigma del cantante che aspetta passivamente le chiamate delle case discografiche e la proposta di un contratto per un nuovo singolo o un nuovo album. Per noi l’artista deve collaborare in prima persona al lavoro dell’etichetta che lo produce. Deve essere pronto a scendere in campo e a lottare con la voglia di vincere e il rischio di perdere insieme alla sua squadra, ovvero noi produttori. Lo stesso Martino viene in ufficio tutti i giorni e insieme contattiamo teatri, spazi, pensiamo a come promuovere la nostra attività e a come coinvolgere il nostro pubblico. La nostra idea di artista è quella di una persona che non ha paura di sporcarsi le mani perché tutte le cose, soprattutto l’arte, meritano e hanno bisogno di sacrificio per potersi imporre nel panorama culturale attuale.

Cosa vi distingue dalle altre etichette discografiche?
Noi facciamo tutto in casa, anche se ci avvaliamo di collaboratori esterni, che come me credono al 100% nel progetto. La mia personale innovazione è stata quella di ricoprire tutti i ruoli all’interno di un’etichetta. Questo mi permette di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo e di reinventare le competenze apprese durante gli anni della formazione.

Di cosa ti stai occupando in questo momento?
Insieme a Martino sto cercando di organizzare un tour per questo inverno con l’obiettivo di uscire dalle mura di Milano e portare in giro per l’Italia il nostro progetto, che abbiamo chiamato “Monologhi pop”.

Cosa significa questa espressione?
È un nome che abbiamo scelto per definire in maniera innovativa il teatro canzone, la fusione tra monologhi e musica, tra recitazione e melodia. Non volevamo utilizzare il termine “teatro canzone” per non essere associati a Giorgio Gaber, non per mancata stima nei suoi confronti, ma per non creare confusione. Abbiamo girato diversi spazi e teatri per portare il nostro spettacolo in posti poco conosciuti, quasi di nicchia, e per coinvolgere anche persone che non frequentano i soliti grandi locali affollati. È stata dura perché se in alcuni teatri, come il Franco Parenti, abbiamo fatto sold out, a volte ci siamo ritrovati a fare il nostro spettacolo di fronte a tre persone, ma nonostante questo non ci siamo scoraggiati e siamo andati avanti.

Cosa vi ha permesso di non gettare la spugna?
Essenzialmente la grande stima che abbiamo nei confronti del nostro pubblico. Finché qualcuno esce di casa per venire a vedere un tuo spettacolo è doveroso dargli la possibilità di assistere all’esibizione che tanto aspettavano di vedere e per la quale hanno speso tempo, denaro e spesso affrontato anche pioggia e gelo. Il nostro è un progetto della gente e per la gente. Il pubblico non è solo pubblico, tant’è che abbiamo aperto Monologhi Blog, dove Martino ogni settimana condivide quello che potrà essere un argomento del nuovo spettacolo, chiedendo alle nostre gocce di darci un parere o, perché no, di farci anche delle critiche, purché siano costruttive e ci permettano di migliorare lo spettacolo che Martino sta scrivendo. Non esiste una linea di confine tra noi e il pubblico. Stiamo facendo tutti lo stesso viaggio, perciò chi vuole salire su questa barca è il benvenuto.

Sono importanti per voi i social network?
Li utilizziamo molto, da Facebook a Youtube, ma preferiamo di gran lunga il contatto diretto con il nostro pubblico. Sono convinta che i social network siano utili, ma non si riesce più a capire se esistiamo perché siamo sul web o se siamo sul web perché esistiamo. Quello che secondo me bisogna fare è sfruttare quello che il web ci può dare, ma allo stesso tempo ritornare al contatto umano. Le nuove tecnologie devono essere considerate qualcosa di supplementare e non qualcosa di totalizzante, che trasforma le emozioni e le relazioni interpersonali in un semplice “mi piace” su Facebook.

Che progetti hai per il futuro?
La cosa che mi piacerebbe di più in assoluto è che Cimice diventasse un’agenzia creativa per i cantanti, per vendere le mie idee in ambito musicale e poter dare consulenze strategiche ad artisti che hanno in mente un progetto, ma che per vari motivi non riescono a realizzarlo. Vengo dal mondo della pubblicità e per me vendere idee è qualcosa di innato. Vorrei che Cimice diventasse una fucina di contenuti, dove produrre idee innovative e dove potersi confrontare quotidianamente per trasformare una vecchia combinazione di elementi in un’idea nuova e originale.

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(Le foto sono di Federico Tristani)

Roberta Stefania Ranzani

Intervista a cura di Roberta Stefania Ranzani

Vive a Milano dove studia Relazioni Pubbliche e Comunicazione d'Impresa presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM. Ama viaggiare ed è appassionata di danza e canto. Nel tempo libero si dedica al cake design.

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