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54. Cartaelatte

8 minuti 1503 parole

Ridisegnare il cibo per proporre nuovi modelli di consumo. Intervista doppia ai food designer Anna Cellamare e Vincenzo Di Pantaleo di Cartaelatte

Prendete un laureato in Management del turismo e una scenografa. Aggiungete le rispettive personalità e professionalità, la genuinità e la qualità della buona cucina pugliese e amalgamate bene il tutto. Incorporate al composto una manciata di creatività e emulsionate a chilometro zero. Otterrete un brand di progettazione degli atti alimentari (per dirlo all’italiana), di design e innovazione. È questa la ricetta perfetta dei ragazzi di Cartaelatte!

Partiamo dall’ABC. Cosa si intende per Food Design?
V: ridisegnare il cibo al fine di proporre nuovi modelli di consumo, di convivialità, di educazione all’alimentazione. Il contenuto e il suo contenitore vengono continuamente rimodellati, ridefiniti, re-ideati. Insomma, il cibo non soltanto visto come elemento nutritivo da consumare il più veloce possibile!
A: Cartaelatte risponderebbe ‘destrutturare la forma’. Partire dal disegno del cibo: forma, ingredienti, packaging, layout grafico, presentazione, ma non bloccarle in un involucro confezionato. L’estetica del cibo per noi è diventata il punto di partenza per raccontare. Il disegno diventa l’incipit di un discorso: è come tracciare una linea. Si parte da un racconto, lo si sviscera, ci si scambia idee, si disegna, si cucina e durante l’evento si continua a tracciare aprendo le forme ad altre possibilità di scrittura collettiva.

Qual è la vostra formazione e come è nata la vostra idea?
V: Eh, ci vorrebbero dieci pagine per questo! 😀 In breve, io mi sono laureato in Management del Turismo a Milano e ho lavorato nel turismo per diversi anni e ho lasciato, poi sono entrato nel mondo delle ricerche di mercato e ho lasciato, poi ho fatto un Master a Parma in Management della Ristorazione e ho lavorato come responsabile di una catena e ho lasciato..alla fine, dopo aver rincontrato Anna a Milano e con un finanziamento regionale è nato il progetto Cartaelatte, che portiamo avanti con tanti sacrifici ma tanta energia, gioia e indipendenza!
A: Ho sempre avuto la certezza di voler fare l’artista da grande. La mia formazione è stato un continuo stare in scena, passare dietro le quinte, ritornare in scena: e così, quando avevo la possibilità di progettare un prodotto o un allestimento, volevo capire come costruirlo. Quando ho avuto la possibilità di costruire in laboratorio, amavo l’impatto sul pubblico e la regia. Una continua ricerca di suggestioni: prima la scenografia teatrale, poi il design di piazza sostenibile. Conosciuto il Teatro di figura, fu amore a prima vista. Il potere evocativo degli oggetti, delle macchine di scena mi ha da sempre affascinata. Poi gli oggetti sono diventati materia viva, organica, commestibile. E da questa fascinazione e dall’incontro con Vincenzo è nata Cartaelatte.

E il nome cartaelatte?
V: è nato dopo un brainstorming con Anna, giocando sul nome Cartellate, un dolce tipico e amatissimo della nostra regione. Ci piaceva l’idea che la carta (Anna) e il latte (Io) fossero due elementi puliti, naturali e, un po’ la sintesi del food design…
A: dai brainstorming improbabili! Volevamo raccontare la Puglia evocandola. Al contempo parlare di noi. Ne è venuto fuori una melodia: Cartaelatte. Io e Vincenzo ci siam guardati al volo!

Quali sono dunque gli ingredienti indispensabili al vostro lavoro?
V: gli ingredienti principali sono le persone che collaborano con noi (designer, artisti, comunicatori, cuochi, architetti, casalinghe etc..) e i partecipanti agli eventi che ci stimolano con i loro ringraziamenti e le loro storie. Poi arrivano gli altri ingredienti: una ciotola, un martello, un fornetto, una sega, un coltello, un tagliere e tante altre cose sparse ovunque!
A: Sicuramente la ricerca, i viaggi, le persone: conoscere i luoghi e le storie. Nutrirci quotidianamente di immagini. Il nostro è un collettivo ruspante: ci si incontra in giro per la Puglia. Nelle nostre cucine di casa. Anzi nelle nostre… fucine creative. Abbiamo delle formazioni specifiche ma detestiamo i ruoli: riuscire a metterci in gioco e reinventarci penso sia il nostro ingrediente segreto.

Siete molto attenti alla promozione del lavoro artigianale. Anche noi di Uncò siamo convinti che riscoprire e rivalutare l’artigianato possa essere una delle molle giuste per smuovere un po’ l’economia. In che modo combinate vecchio (e quindi il tramandare l’arte del saper fare) e nuovo (le nuove forme di comunicazione, l’aspetto social…) nel vostro lavoro?
V: nella mia tesi di laurea avrò scritto cento volte, oltre che nel titolo, la frase “fusione tra tradizione e innovazione”, senza pensare che nella vita mi sarei trovato tutti i giorni a mettere in pratica questo concetto! Le nostre ricette sono una rivisitazione di quelle antiche, gli ingredienti una riscoperta, gli allestimenti una rivisitazione e “restauro” di antichi mobili, la funzione d’uso di tutti gli oggetti è rimessa in discussione nel nostro collettivo (un ferro da stiro diviene un tostapane, una sega un coltello etc..). Concetti come riuso, riscoperta, rivisitazione fanno ormai parte delle nostre vite, però non bisogna rimanere chiusi ma comunicare e farlì sapere agli altri, condividere, educare, provare a cambiare le dinamiche socio-culturali.
A: Questo aspetto è molto interessante: un po’, credo, derivi da una sorta di inconscio collettivo perché il patrimonio artigianale e gastronomico pugliese è stato da sempre cornice delle nostre vite. Mia mamma è artigiana, è una sarta come gran parte delle mamme pugliesi; siamo nati tra le botteghe e stiamo assistendo alla chiusura di queste. Lavorare in controtendenza è, oltre che una grande passione, una naturale difesa della nostra identità. Cerchiamo di individuare dei modelli esemplari e di sostenere questo rilancio con i nostri strumenti che ci permettono di aprire le botteghe a nuovi dibattiti e opportunità. A breve il nostro God Save The Craft, l’incontro tra le tecniche craft e gli strumenti innovativi dei giovani designer.

Spesso design è sinonimo di sostenibilità. E voi di cartaelatte ne siete un esempio concreto. Potete confermarci che lavorare a kilometro zero conviene e, soprattutto, funziona?
V: uno dei punti fermi del nostro lavoro è, appunto, creare food events e elementi di food design senza trascurare la sostenibilità e la natura dei prodotti utilizzati. Il chilometro zero è un concetto ormai inflazionato e di moda, ma c’è da dire che qua al sud lo è da anni: non deve arrivare nessuno a raccontarci quali sono i prodotti di stagione, le tipicità della zona, la buona qualità e il buon prezzo, perché basta andare in un fruttivendolo qualunque ed avere tutto questo! A Milano un po’ meno, lo ammetto, però non dimentichiamo che esistono un sacco di mercati di quartiere, gruppi di acquisto solidali e tanti altri canali per acquistare prodotti di qualità, di stagione, a km zero e non di moda!
A: Lavorare a km zero ci permette di uscire dalla pura esperienza formale. Gli ingredienti che utilizziamo sono quasi sempre presi da piccoli produttori locali: funziona per tantissimi motivi. In primis la reperibilità dei prodotti di stagione, il rilancio delle piccole imprese agricole e, ovviamente, la qualità indiscutibile dei prodotti. Stesso discorso vale per gli allestimenti: il team a km zero collabora per la riuscita di ogni evento. E così riusciamo a recuperare scarti aziendali, materiali di riuso, avere un contatto diretto con gli artigiani, imparare nuove tecniche.

Un esempio di food event e workshop che organizzate?
V: uno dei food events in cui mi sono divertito di più è stato Food In Fabbrica, un evento all’interno del cantiere di TheHub Bari, in cui la gente doveva crearsi una posata con frutta e ortaggi, altrimenti non poteva mangiare! Un ritorno preistorico in stile cool.. 🙂
Invece i workshop in cui ci divertiamo di più sono quelli del Pazzificio Cartaelatte, in cui si impara a fare la pasta fresca e a colorarla con bambini e adulti!
A: Si. Food in Fabbrica tutta la vita! Non so come abbiam fatto ma c’era di tutto: writers, dj, curiosi, designer, artigiani, musicisti e i nostri genitori che “facevano l’uovo” con la gente che partecipava a Free-ttata: autoproduzione di uova libere cucinate su un ferro da stiro. Un delirio.

L’idea/la trovata più bella e più riuscita che vi sia venuta in mente?
V: l’idea più bella è stata quella di fondare Cartaelatte, la più riuscita..mmm…spero questa!
A: Mmmh..ok. Copio da Vincenzo.
Creare Cartaelatte, vedere le idee prendere forma.
Entrare ed uscire continuamente dalle quinte. Disegnare la regia. Alternare momenti di solitudine a momenti di collettività estrema.

Un consiglio per chi volesse fare un lavoro come il vostro?
V: fuggire dall’Italia!! (no, questa non mettetela)…avere tantissima passione, saper ascoltare e osservare tutti gli stimoli attuali ma specie quelli passati, saper lavorare in staff e non darsi mai per vinti! Hei, ma non diventate nostri concorrenti eh!!
A: Avere un animo nomade, essere ricettivi, puntare sempre e comunque sulla qualità.
Progettare senza farsi ingabbiare dal progetto.
Essere liberi.

La vostra prossima mossa?
V: il nostro prossimo salto, vuoi dire?!?…Do ut Design, un evento ideato con La Cordata, parte del FuoriSalone 2013, una settimana dedicata alla conoscenza delle lavorazioni manuali, delle autoproduzioni di designer e creativi, uno spazio in cui ci si può esprimere liberamente e democraticamente nella giungla abusata degli affitti milanesi.
A: Salvare il craft!

Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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