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Claudio Ronco

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Quando vi dicono “non si può fare” deve essere il più grande stimolo per fare. Intervista a Claudio Ronco. Entra in contatto con Claudio

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Claudio Ronco, classe 1952 è nefrologo, docente e ricercatore. Si laurea all’Università di Padova specializzandosi in nefrologia. A Napoli si specializza anche in nefrologia pediatrica. Nel 2008 fonda IRRIV (International Renal Research Institute Vicenza), un incubatore di idee e un ambiente interdisciplinare per la ricerca in campo biomedico e nell’ingegneria applicata.

Buongiorno signor Ronco, che cos’è IRRIV?

IRRIV è un istituto che abbiamo fondato nel 2008 e che si occupa di ricerca scientifica nel campo della nefrologia. Il nostro è un istituto a carattere multidisciplinare, in quanto abbiamo ingegneri, economisti, farmacisti, fisici, biologi e un sociologo. Questo perché riteniamo che sia necessario dare importanza anche ai risvolti relativi all’impatto economico e umanistico delle ricerche . È un istituto fatto da giovani che vengono anche dall’estero per fare ricerca grazie a borse di studio. I nostri ricercatori provengono da tutto il mondo per pensare a idee e portarle avanti.

Da chi viene finanziato IRRIV?

L’IRRIV è stato sostenuto interamente da progetti charity e a donazioni. L’abbiamo messo in piedi nel 2008 anche grazie all’organizzazione di raccolte fondi che hanno permesso di avere un capitale iniziale da cui partire. L’istituto è stato inserito all’interno dell’ospedale di Vicenza, in un settore inutilizzato sopra al reparto di nefrologia. Tutt’oggi l’istituto è finanziato da benefattori, non ha finanziamenti istituzionali e politici nemmeno di tipo europeo, in quanto non riusciamo ad avere una struttura organizzativa e amministrativa per ottenerli.

Quanto è importante l’innovazione tecnologica nella ricerca medica?

Molto, ma l’innovazione tecnologica va affrontata con una vision sul futuro, bisogna sapere in anticipo dove porterà, altrimenti diventerà sterile e fine a se stessa. Invece, l’innovazione tecnologica va realizzata partendo da un bisogno, che nel nostro caso è il bisogno dell’ammalato. Questo è ciò che conferisce al nostro istituto un’impronta traslazionale, unendo alla figura del medico l’assistenza al malato, la ricerca e la didattica. L’IRRIV è virtuale da un punto di vista istituzionale, nel senso che non ha una connotazione di istituto di ricerca classico ma è semplicemente una sezione del nostro dipartimento assistenziale ospedaliero.

Mi parli del progetto WAK (Wereable Artificial Kidney).

La Wak rappresenta la possibilità di effettuare una dialisi portatile, infatti permetterebbe ai pazienti di potersi muovere durante la terapia. Abbiamo fatto il primo esperimento al mondo nel 2008. Nel settembre 2013 abbiamo completato e sperimentato con successo il progetto Carpediem, ovvero dialisi portatile sul bambino neonato . Il progetto Wak è in fase di sviluppo, è un processo lento. Una volta testata la funzionalità di un prototipo grezzo, vanno progettati i singoli componenti e assemblati per affinare un prodotto che sia a prova di paziente e che possa essere utilizzato dal malato senza assistenza medica.
Il nostro obiettivo è quello di prendere la macchina per dialisi e rimpicciolirla a tal punto da consentire al paziente di poterla indossare e poter usufruire così della terapia senza vincoli ospedalieri.

Cosa pensano i pazienti del fatto che ci sia qualcuno che finalmente pensa al futuro?

I pazienti sono ansiosi, mi chiamano e mi scrivono quotidianamente per sapere come procede il progetto. Proprio per questo motivo bisogna essere chiari nel sottolineare che è un progetto sperimentale, non ancora in commercio e non ancora alla portata del paziente.

Che aspettative avete in merito al vostro progetto?

Partendo dal presupposto che la priorità è la sicurezza del paziente e che una ricerca è tanto più sicura quanto paradossalmente è lenta, non riesco a dare una stima temporale. Io credo che la nostra prudenza sia la garanzia per fare un progetto importante. Ci aspettiamo che il progetto WAK abbia lo stesso successo di CARPEDIEM, nato come un’idea, cresciuto come un progetto e alla fine acquisito da un’industria che l’ha reso pubblico e utilizzabile. Ci aspettiamo quindi di realizzare un progetto simile con WAK e sperare che venga acquisito per essere immesso sul mercato. L’idea è di deospedalizzare i pazienti. Un paziente ospedalizzato è un paziente che sta male e che sta fuori casa sua.

Che limiti avete incontrato nel vostro lavoro?

Abbiamo incontrato ed incontreremo dei limiti economici, che ovviamente rallentano molto il lavoro. I macchinari medici hanno dei costi molto elevati e non avendo grandi finanziamenti veniamo purtroppo rallentati.

Cosa pensa dei ragazzi giovani che hanno voglia di innovare?

Sto quotidianamente a contatto con ragazzi molto giovani, amo stimolarli e incentivarli a dare sempre di più. I ragazzi con cui collaboro vengono da tutto il mondo ed hanno voglia di fare, li vedo che pendono dalle mie labbra per apprendere tutto ciò che spiego. Ho una squadra straordinaria. È una sofferenza vederli andare via ma è una grande soddisfazione vederli crescere in campo professionale, e in fondo pensi che qualcosina hai fatto anche tu. Lavorare con loro è un grande stimolo.

Se dovesse dare un consiglio a questi ragazzi quale sarebbe?

Gli direi che se vogliono segnare il loro “goal” devono seguire il concetto di TEDX: fare deve essere bello e stimolante, va sfruttata qualsiasi tecnologia per fare qualunque cosa, infine devono divertirsi nel fare ciò che hanno deciso di compiere affinché possano divertire e avvicinare anche gli altri al loro lavoro. Come dicono gli americani: “Se continui a fare le stesse cose negli stessi modi, avrai sempre gli stessi risultati”. Bisogna invece muoversi verso nuovi risultati.

Nicole Bruschi

Intervista a cura di Nicole Bruschi

Laureanda in Comunicazione, media e pubblicità presso l'università IULM di Milano. Ama la creatività in tutte le sue forme e aspetti. Tra cinque anni si vede Globe-trotter, alla ricerca di storie da raccontare.

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