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Enrico Finzi

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Decine di migliaia di interviste per scoprire che, malgrado tutto, gli italiani sono felici. Intervista al ricercatore sociale Enrico Finzi

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La consapevolezza è un bel lusso. Astra Ricerche fa questo, rende consapevoli. Il suo fondatore si chiama Enrico Finzi, secondo molti il più noto ricercatore sociale italiano. Finzi sarà relatore al prossimo TEDxBergamo il 29 marzo con uno speech dal titolo: Felici malgrado.

Dott. Finzi, quando ha cominciato a studiare la felicità?
Quindici anni fa. Tutto è nato per caso e mi ci sono appassionato. Finora abbiamo condotto numerose decine di migliaia di interviste e ci ho scritto due libri.

Com’è cambiata la felicità in Italia negli ultimi anni?
Dall’inizio delle ricerche, gli italiani che si dichiarano felici in misura significativa sono sempre stati percentualmente stabili sia nelle fasi di recessione sia nelle fasi di crescita dell’economia e del tenore di vita. Questo fenomeno è venuto meno nella primavera del 2011, quando le ricerche hanno mostrato che le persone felici sono diminuite di molto.

Il motivo è la recessione?
Si, il problema sta nel perdurare di una situazione per molti drammatica. Inoltre lo stress è più che raddoppiato. Nonostante questo gli italiani sono, appunto, felici malgrado.

Cosa intende con la formula ‘felici malgrado’?
Molti italiani sono riusciti a mantenere un certo grado di soddisfazione esistenziale nonostante la crisi. Al TEDxBergamo parlerò delle strategie con cui questi nostri connazionali sono riusciti a conseguire la felicità malgrado il contesto minacciante.

Un esempio?
Dare più importanza alle relazioni interpersonali e in particolare ai rapporti familiari e amicali; ai valori e agli ideali; alla collaborazione con gli altri.

Ci racconta brevemente la sua storia?
Ho 67 anni. Mi sono laureato in filosofia con una tesi in storia. Da giovane ho fatto lo storico contemporaneo vincendo un concorso da ricercatore con un libro di 500 pagine ma lo stipendio universitario non era tale da poter fare famiglia. Ho mollato, indignato. Mi sono dedicato al giornalismo diventando professionista e lavorando per L’Espresso, il Sole 24 Ore, il Giorno. Poi sono riuscito a continuare a fare il giornalista dedicandomi però anche alla ricerca, approfittando del cosiddetto “articolo 2”, ora giustamente quasi abolito, che permetteva di essere dipendente con i contributi previdenziali e sanitari ma senza alcun obbligo di esclusiva e di presenza. Dagli anni 80 faccio il ricercatore sociale, sono stato presidente di 3 istituti. Ho due figli e sono due volte nonno.

Come si fa a divenire giornalista o ricercatore oggi?
Il mercato del lavoro è pessimo. Posti pochi e lottizzati. Soldi scarsissimi. L’arteria è bloccata: questi due mondi licenziano più che assumere. I consigli che mi sento di dare a un giovane sono pochi e per molti versi banali. Farsi una solida preparazione generalista (quella troppo tecnica tramonta velocemente mentre è più importante saper imparare). Conoscere bene l’italiano e l’inglese, più – se possibile – un’altra lingua. Fare esperienze all’estero, nel corso degli studi e dopo la loro conclusione. Adattarsi a fare dei lavoretti ma senza accettare di perdere la propria dignità e specialmente continuando a perseguire i propri obiettivi. Coltivare, cioè, i propri sogni, le proprie vocazioni. Ho avuto una grande nonna che è morta poche settimane prima di compiere cent’anni, nata nel 1886. Ha riempito la mia vita di proverbi. Ne cito uno: “Insisti e resisti, raggiungi e conquisti”. Mi sembra un esempio di antica e ancor valida saggezza.

Alessio Sartore

Intervista a cura di Alessio Sartore

Il suo sito è alessiosartore.com

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