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42. Giada Montomoli

3 minuti 500 parole

Portare la propria figlia al museo da piccola aiuta. Abbiamo intervistato la graphic designer Giada Montomoli

Giada Montomoli è una designer. Dopo anni vissuti tra la caotica Bogotá e la tranquilla Maremma, è infine approdata a Milano, dove tuttora vive e lavora. Da piccola la madre, invece che al parco, la portava in giro per musei. E’ così che si è innamorata del disegno.

Giada, ci spieghi in cosa consiste il tuo lavoro?
Disegno Pattern o, più semplicemente, dò vita ai miei scarabocchi.

Quale pensi sia stato l’istante in cui hai scelto di fare questo lavoro? C’è stato
qualche segnale che ti ha indicato la strada?

L’istante in cui ho scelto di fare questo lavoro è stato il momento in cui ho visto un mio disegno stampato su metri e metri di tessuto: ho pensato che era proprio una figata.

Osservando quello che fai, direi che ti lasci ispirare (anche) da oggetti e cose
che fanno parte del tuo quotidiano. Mi sbaglio?

I miei disegni cambiano con me, partendo da una formazione tecnica: mi sono formata come
interior designer ma ho sempre lavorato nella grafica. I miei primi disegni erano sicuramente
più rigidi e molto vettoriali. Con il passare del tempo, poi, mi sono resa conto di essermi fatta trasportare sempre di più dalla spontaneità del tratto, ma cerco comunque di trovare un ordine nel caos. Ho la fortuna di viaggiare molto e mi lascio ispirare da tutto. Per esempio, sono appena stata a Buenos Aires e mi sono innamorata del Fileteado Porteño, una tecnica di pittura fatta con dei pennelli particolari che servivano per decorare gli autobus, bellissimi!

E YeYa?
Yeya sono io. E’ il mio soprannone da un po’ di anni e mi ci sono affezionata.

Ti sei mai trovata a dare consigli a persone che vorrebbero intraprendere il tuo
stesso percorso?

Questo lavoro mi ha dato l’occasione di conoscere tantissime persone con progetti molto
interessanti e piene di capacità, dove nascono scambi di pensieri e collaborazioni.
Mi piace molto insegnare per ricevere in cambio insegnamento, non amo le persone che
si tengono le cose per sé e che hanno paura di essere in qualche modo “copiate”. Ho la
convinzione che ognuno di noi applichi le tecniche a modo proprio e che i risultati siano
sempre diversi e quindi mi chiedo che senso abbia tenersi la conoscenza per sé.

Quale credi sarà il tuo primo traguardo?
Il traguardo imminente credo sia trovare un posto per le mie cose! La mia stanza sta
scoppiando e ci vuole proprio un bel posto dove poter sporcare per terra e collezionare tutti gli oggetti, foglie, sassi e fogli che trovo in giro. A parte questo lato prettamente organizzativo, mi piacerebbe vendere in un paio di posticini che mi piacciono tanto e poter vedere così le mie cose in quelle vetrine che sbircio da sempre.

E il prossimo?
Vivere felice con il mio lavoro in una casina che affacci sull’acqua circondata dal mio lavoro, il mio uomo e il mio gatto… anzi, tanti, tanti gatti!

Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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