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Made for Change

11 minuti 2006 parole

Lottiamo tutti i giorni con chi sostiene che la moda bio sia una perdita di tempo. Simona Donadio e Carlotta Redaelli, Made for Change.

parole: 2039 | tempo di lettura: 6 minuti

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Ho letto che avete studiato entrambe alla NABA, ma come vi siete conosciute? Frequentavate lo stesso corso o vi siete conosciute per caso?
Entrambe abbiamo frequentato l’indirizzo di Fashion and Textile Design. Il nostro piano di studi prevedeva molti progetti di gruppo e questo ci ha portato non solo a seguire insieme praticamente tutti i corsi, ma anche a lavorare fianco a fianco in diverse occasioni. Passare tutti i giorni insieme ti porta inevitabilmente ad approfondire la conoscenza reciproca, così abbiamo scoperto di abitare entrambe in Brianza (Seregno e Cabiate) e iniziato a condividere anche il tragitto casa-università. Come sempre, da cosa nasce cosa e presto la condivisione dell’iter scolastico e geografico ci ha consentito di avvicinarci sempre di più fino a diventare amiche, oltre che compagne, unite dalla passione per la moda.

Dopo il diploma cosa avete fatto? Avete lavorato per case di moda o avete subito iniziato il progetto di Made for change?
Ci siamo diplomate nel Febbraio 2010, dopodiché le nostre strade lavorative si sono divise per circa un anno. Simona, che aveva frequentato un corso di sartoria avanzata poco prima di discutere la tesi, ha lavorato come stagista presso un laboratorio di confezione della zona, dove si producevano principalmente abiti da sera, mentre io, Carlotta, ho fatto un breve stage, sempre in un laboratorio di confezione, ma improntato più sulla produzione industriale di intimo e moda mare. Sicuramente da queste esperienze abbiamo imparato tanto, soprattutto per quanto riguarda i diversi aspetti della produzione, cose che in università non ti insegnano, ma entrambe avevamo in mente ben altro per il nostro futuro.

Cos’è “Made for change”?
Made for change è il nostro sogno: quello di cambiare il mondo della moda. Suona forse un po’ troppo pretenzioso, può essere visto come un’utopia, ma è la verità. Noi crediamo fortemente che qualcosa si possa fare e, come sempre e in ogni campo, qualcuno dovrà pur iniziare, scontrandosi con le difficoltà del caso. Made for change è passione, quella passione che ti porta a non smettere mai, anche se i risultati tardano ad arrivare, e a proiettare sempre più avanti i propri obiettivi. Made for change è moda, ma una moda critica e responsabile sia che la si chiami etica, biologica o green, ma in sostanza è semplicemente l’alternativa che non tutti sanno di avere. Made for Change è anche buon gusto, perché l’estetica è importante. Made for change siamo noi, perché è grazie al nostro impegno quotidiano se i nostri capi d’abbigliamento raccontano una storia, una bella storia, una di quelle a cui le persone si possano appassionare e che abbiano voglia di ascoltare, una storia con un lieto fine.

Da dove deriva il nome?
Più che un nome è un vero e proprio slogan. Made for change, fatto per il cambiamento, questa è l’essenza della nostra idea. Dopo giorni di brainstorming, ricerche, proposte, scegliere questo nome per il nostro marchio è stato inevitabile. Volevamo trasmettere da subito quello che è il nostro progetto. Il Made all’inizio vuole anche richiamare il “Made in Italy”, valore che ci rappresenta al 100% e che teniamo spesso a sottolineare; nonostante la scelta di un nome inglese, scelta dettata più che altro da un bisogno di internazionalizzazione e dalla necessità di racchiudere in poche parole tanti significati e in questo la lingua inglese è imbattibile.

Cosa vi ha spinto a creare questa start up?
Entrambe abbiamo da sempre sognato di diventare stiliste, ma del mondo della moda, quello vero, ne sapevamo ben poco. L’immaginario collettivo ti influenza al punto da pensare la moda solo come glamour: un mondo di tessuti meravigliosi, belle persone, viaggi, sfilate. Poi cresci ed inizi a sviluppare un tuo senso critico personale e a farti un’idea riguardo a quello che per te è giusto o sbagliato, un tuo pensiero etico, possiamo dire. Finalmente inizi l’università e ti si apre quel mondo che hai sempre sognato, ma più studi, ti relazioni con persone di quel mondo, frequenti certi ambienti, più ti rendi conto che non tutto è così limpido e bello come lo avevi immaginato. Così la tua passione per la moda inizia a scontrarsi con la tua “coscienza etica” e capisci che non puoi e non vuoi lavorare così; stiamo parlando soprattutto di produzioni all’estero e sfruttamento dei lavoratori, considerevole impatto ambientale e crudeltà verso gli animali. La passione per la moda però è talmente forte che ti spinge a trovare un modo per poterla coniugare con i tuoi valori etici, così scopri che questo mondo fortunatamente non è tutto uguale, che ci sono aziende che producono tessuti nel rispetto dell’ambiente, con materie prime di origine biologica certificata, che non sfruttano gli animali ma li rispettano e così nasce Made for change.

Com’è nata l’idea?
Durante il nostro percorso accademico abbiamo frequentato un corso di moda etica, dove si trattava principalmente dell’aspetto solidale, quindi abbiamo avuto esperienze di lavoro con aziende no profit o onlus che producevano in paesi meno sviluppati, aiutandone il progresso e dando loro lavoro equamente retribuito, come tutte le realtà equo-solidali. Niente da dire su queste attività, ma il prodotto che veniva proposto, alla fine, aveva sempre un sapore troppo etnico per poter entrare nella quotidianità del consumatore occidentale, spesso scettico e poco orientato ad apprezzare tessuti troppo grezzi o dalle fantasie troppo ricche. Così abbiamo iniziato a documentarci in modo più approfondito e abbiamo scoperto che quello è solo un lato della moda etica, che esiste anche un lato biologico, improntato sull’utilizzo di tessuti bio certificati. Non parliamo solo di lino e canapa, che sono quelli più conosciuti, ma anche del cotone biologico, del bambù, della fibra di cereali e della lana organica ed è un settore in continua crescita grazie a ricerca e sperimentazione. Decidiamo di approfondire sempre di più questo argomento, tanto che diventa il focus della nostra tesi di laurea. Diciamo che realizzando insieme il progetto di tesi abbiamo gettato le basi per quella che poi è diventata la nostra attività professionale.

Quali difficoltà avete affrontato per creare “Made for Change”?
Le difficoltà sono state e sono tuttora molte. Prima di tutto la burocrazia italiana che di certo non aiuta giovani imprenditrici che vogliono creare una società da zero. Entrambe abbiamo una formazione artistica e l’università trascura un po’ le nozioni di economia, quindi ci siamo dovute mettere d’impegno per comprendere bene come funziona il sistema, ovviamente senza l’aiuto di persone competenti non ce l’avremmo fatta. Poi le ditte che producono tessuti bio non sono molte e come in tutte le aziende ti chiedono dei quantitativi minimi d’acquisto che solitamente sono intorno ai 100 mt per tessuto. È chiaro che noi non possiamo permetterci una spesa del genere, quindi le nostre creazioni sono anche condizionate dai tessuti che riusciamo a reperire. Ovviamente il periodo non è dei migliori e non tutti sono pronti o hanno la possibilità di avvicinarsi alla nostra filosofia; ci sono anche tanti diffidenti e lottiamo quotidianamente con coloro i quali sostengono che la moda bio sia una perdita di tempo o che ancora non riescono a comprenderlo fino in fondo, ma non ci lasciamo demoralizzare.

Su cosa si basa la vostra filosofia bio?
La nostra filosofia si basa principalmente sull’utilizzo di tessuti biologici e tinture entrambi certificati, sulla qualità del made in Italy e sulla trasparenza della nostra filiera produttiva; di conseguenza sul rispetto dell’ambiente e del lavoratore. Cerchiamo di far capire al consumatore che è meglio acquistare meno, ma con una qualità superiore, piuttosto che tanto ma di scarsa qualità, capi che durano solo una stagione o addirittura meno. Vogliamo sensibilizzare le persone ad un acquisto responsabile, a leggere sempre le etichette di composizione, a preferire il prodotto italiano a quello estero, anche per aiutare il nostro paese.

A cosa vi ispirate per le vostre creazioni? Avete delle tematiche ricorrenti?
Di sicuro i tessuti che usiamo sono già una fonte di ispirazione e il focus principale di tutte le nostre collezioni, il vero protagonista. Per quanto riguarda le linee dei capi ci ispiriamo ai trend di stagione, ma il nostro motto è “less is more”, tendiamo quindi a creare collezioni dalle forme pulite ed essenziali, senza aggiungere troppo, che non significa essere noiose, anzi! L’ispirazione ci viene da tutto quello che ci circonda, spesso lo raccontiamo nel nostro blog, da un viaggio, da un film o semplicemente dal ramo di un albero.

Qual è il vostro target di riferimento?
Le nostre collezioni sono pensate per donne dai 20 ai 60 anni, se vogliamo dare un limite di età, ma abbiamo avuto riscontri positivi anche da persone fuori target. Certo alcuni capi sono strettamente indicati per donne più giovani, ma la maggior parte sono versatili e si adattano a chiunque. Ovviamente ad ogni donna con una sensibilità bio, capace di investire qualche euro, ma con la consapevolezza di acquistare un prodotto di qualità e pur sempre concorrenziale rispetto al nostro target medio/alto. Abbiamo anche alcuni capi uomo e quest’anno per la prima volta abbiamo inserito una mini collezione baby, quindi neonati 0-12 mesi.

Che riscontri avete dai media, dai social network e dal mondo dello spettacolo?
I social network sono i canali migliori per aver un rapporto diretto con i consumatori, è utile per capire quali sono le esigenze e soprattutto per vedere cosa attira di più. Abbiamo il nostro seguito, i più fedeli che interagiscono sempre e quelli che ogni tanto ci lasciano i loro commenti e apprezzamenti. Questo seguito aumenta notevolmente quando alcune pagine più conosciute parlano di noi. Di recente abbiamo interagito con un personaggio della tv, attento ai temi dell’ambiente che si è interessato molto al nostro progetto e grazie al quale abbiamo ottenuto maggior visibilità. L’interesse dei media locali c’è stato grazie ad un bando della Camera di Commercio di Monza e Brianza che abbiamo vinto, classificandoci al primo posto, come impresa più innovativa; così abbiamo rilasciato alcune interviste per giornali ed emittenti locali.

Qual è il vostro valore aggiunto?
Come già detto, gli aspetti principali che ci differenziano dagli altri sono prima di tutto il tessuto biologico certificato, poi il made in Italy e la cura artigianale dei nostri prodotti, perché realizziamo tutto noi nel nostro atelier, dal disegno al cartamodello, dallo sviluppo alla confezione. Il tessuto arriva da noi e senza fare altri giri diventa il capo d’abbigliamento che vendiamo. In questo senso possiamo dire di avere una filiera corta e trasparente. I nostri tessuti non provocano allergie e irritazioni, sempre più frequenti soprattutto tra i neonati, non presentano residui chimici, anche nelle tinture, e sono molto più morbidi al tatto.

Basandovi sulla vostra esperienza personale, che consigli dareste a chi vuole aprire una start up ma teme di fallire?
Di partire senza pensare al fallimento. Essere positivi e non mollare è la cosa principale, il voler raggiungere un obiettivo e crederci è quello che ti fa andare avanti. Abbiamo passato anche noi periodi di sconforto, però credere davvero che quello che stai facendo non solo è il tuo sogno ma può essere un monito e un pensiero condivisibile con il mondo, ti fa ritrovare la carica. Persone che non crederanno in voi o nel vostro progetto, che vi chiuderanno la porta in faccia senza pensarci troppo, ci saranno sempre, ma ne troverete anche altre, migliori, che vi sapranno motivare ed aiutare. La motivazione principale deve comunque venire da te, dal tuo ottimismo, dalla voglia di farcela.

Per quanto riguarda i materiali, i metodi produttivi, ecc., credete che il mondo della moda tra qualche anno riuscirà a diventare al 100% “bio”?
Tra qualche anno forse è troppo presto. Siamo riusciti ad “accettare” solo adesso l’alimentazione bio, quindi questo ci da speranza perché conferma la sensibilità del consumatore, ma non siamo ancora pronti per affrontare quello che c’è dietro all’industria della moda e forse è la moda stessa, così grande e sconfinata, che ce lo impedisce. La direzione verso cui stiamo andando rimane quella della sensibilizzazione, lenta e graduale, ma virale: a partire dai nostri capi, dalle nostre iniziative, dalla comunicazione, fino ad arrivare a un coinvolgimento sempre più grande di persone, realtà professionali ed enti. Come dicevamo, l’importate è proiettare i propri obiettivi sempre più avanti.

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Roberta Stefania Ranzani

Intervista a cura di Roberta Stefania Ranzani

Vive a Milano dove studia Relazioni Pubbliche e Comunicazione d'Impresa presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM. Ama viaggiare ed è appassionata di danza e canto. Nel tempo libero si dedica al cake design.

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