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Mattia Cacciatori

5 minuti 847 parole

Fare il fotografo di guerra. Intervista a Mattia Cacciatori

Parole: 821 | Tempo di lettura: 3 minuti

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Mattia, come si configura la tua attività di fotografo?
Lavoro in campo internazionale come freelance nel settore dell’editoria, realizzando reportage sui conflitti che investono il pianeta. Inoltre faccio parte di Aquest, un’agenzia di comunicazione di Verona, nella quale con altri fotografi e videomaker sviluppiamo lavori per i settori advertising e fashion.
Lavoriamo anche nel campo della musica seguendo spesso gruppi sia sul palco che nella realizzazione di videoclip o shooting pubblicitari.

Pare che il fotoreportage sia proprio il pane di cui vorresti vivere. Che difficoltà incontra un fotografo nel 2013 per raggiungere quest’obiettivo?
Vivere di fotoreportage dedicandosi all’editoria è molto difficile in questo momento. Insieme a molti altri giovani fotografi sto cercando di muovermi per pensare e realizzare nuovi sistemi per vendere i nostri prodotti, storie fotografiche che vanno a raccontare l’attualità del nostro mondo. Difficile, non impossibile, è confrontarsi con il mondo dell’editoria. Ma non credo sia il futuro della fotografia. E’ di certo stata il passato. Si usciva, si faceva un buon servizio e questo veniva comprato dalle testate. Oggi tutto è diverso, dobbiamo essere noi i promotori di un nuovo sistema di informazione. Nuovi orizzonti sono il web, i video, il crowdfunding.

Cosa pensi della liberalizzazione della pratica fotografica e del relativo aumento della complessità del mercato?
Le cose sono vicine ma non credo siano necessariamente collegate. Più che la liberalizzazione della pratica fotografica penso sia stato il nuovo mercato dell’informazione ad aver creato le difficoltà di cui oggi siamo sia testimoni che soggetti. Il come viene fatta l’informazione (poche verifiche, poche ricerche di veridicità, poca professionalità, etc.), il come viene trasmessa l’informazione (nuovi strumenti ad esempio magazine online, newspapers online, etc. lanciati su Ipad, Iphone, tablet), la troppa velocità e la sempre più insensata ricerca come necessità di vedere quello che succede in tutto il mondo in un velocissimo minuto, credo siano le cause di questo incremento della complessità.
Tutta la società dell’informazione è in fase di cambiamento ma non è ancora pronta a questa velocissima trasformazione. E’ come se tutto corresse troppo forte e nessuno riuscisse a stare dietro a tutti gli input che ci arrivano. Non abbiamo il tempo per mangiarli, assimilarli e quindi farli nostri.

Ritieni che anche con un Iphone si possa effettivamente fare buona fotografia?
Io utilizzo tutto per fare le fotografie. Ogni strumento che con un meccanismo ferma la realtà è un buon strumento per raccontarla. Dall’iphone, al foro stenopeico, dalla reflex alla compattina, da una scatola di tonno con dentro un rullino ad una Hasselblad. Non si diventa fotografi con una macchina in mano. Lo si è perché ogni cosa che ci troviamo tra le dita può diventare il tuo occhio.

Sei stato arrestato in Turchia durante uno dei tuoi reportage. Puoi parlarci di quell’esperienza?
Sono stato arrestato mentre cercavo di raccontare le proteste che hanno colpito il paese negli ultimi mesi, soprattutto questa estate. Ero in strada, stavo facendo il mio lavoro, scattare fotografie, e la polizia mi ha caricato ed arrestato con l’accusa di intralcio a pubblico ufficiale e di aver preso parte alle manifestazioni. Hanno infranto una libertà, quella dell’informazione, uno dei pilastri portanti di una democrazia. Oggi decine di decine di giornalisti sono rinchiusi nelle carceri turche, nessuno più ne parla. Vorrei essere la per poter raccontare storie che non vengono più raccontate o ascoltate.

So che fai anche riprese video. Di recente hai collaborato con il Csm di Verona per alcune videointerviste ad artisti indipendenti. Come ti rapporti a tutto ciò?
Amo profondamente il mondo della musica e i musicisti. Mi ci trovo nel loro spirito, non di tutti ovviamente, e nella passione che mettono nel loro lavoro-vita. Ho con molti buonissimi rapporti e tra i miei migliori amici ci sono musicisti professionisti. Con il CSM abbiamo intrapreso una strada che spesso ci vede spalla a spalla in diverse occasioni. Spero nei prossimi mesi di riuscire a lavorare sempre di più con il mondo della musica entrando in rapporto con case discografiche e gruppi più o meno emergenti.

Organizzi anche delle personali. Quante ne hai fatte e dove? Che tipo di feedback hai ricevuto?
Ho fatto circa una decina di mostre in giro per tutta Italia e sono davvero soddisfatto di tutto quello a cui mi hanno portato. Nuovi incontri con ragazzi e ragazze davvero interessati al mio lavoro e alla fotografia, la possibilità di condividerla con molte persone, spesso la possibilità di dare agli altri il mio bagaglio di conoscenza e di poter apprendere da loro moltissime cose che mi stanno facendo crescere giorno dopo giorno. La fotografia è condivisione. Fare il fotografo in sé è condivisione. Senza di essa: meglio cambiare lavoro.

Quali sono i tuoi padri putativi, a livello fotografico, e perché?
Il mio punto di riferimento è sicuramente James Nachtwey. Apprezzo moltissimo e ho studiato approfonditamente Alex Majoli, Sebastião Salgado, Paolo Pellegrin ed alcuni fotografi della Noor Photo Agency. Devo a Nachtwey comunque il primato nelle “persone che mi hanno ispirato”.

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Silvia

Francesco Bommartini

Intervista a cura di Francesco Bommartini

Giornalista appassionato di musica. Ha scritto i libri Riserva Indipendente e Fuori dalla Riserva Indipendente, collabora con Rumore, L'Arena, ExitWell. Ama la sua famiglia, i sorrisi, l’onestà e avere il cuore in pace.

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