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Milena Giacomazzi

4 minuti 728 parole

Fare la fotografa? Prima impara a preimmaginare. Intervista a Milena Giacomazzi

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Milena nasce a Volta Mantovana, lavora come impiegata, fa un corso di fotografia; non è
come gli altri partecipanti al corso, c’è qualcosa nel suo ritrarre che colpisce chi ha più esperienza di lei.
Affianca professionisti che la incoraggiano a coltivare la sua passione.
“Non importa se la fotografia non rappresenta che un istante che si e’ fermato, non e’ più reale,
potenzialmente riproducibile all’infinito”, la fotografia per Milena e’ perfezione.

Milena, come e quando è nata la tua passione per la fotografia?
Più che passione parlerei di vocazione nel creare immagini attraverso la fotografia. Questo interesse vero e vivo nasce attorno ai 16 anni studiando la tecnica dai libri, scattando i primi ritratti in casa alle amiche, in seguito facendo corsi sempre più approfonditi avvalendomi dell’utilizzo di macchine professionali.

Come hai deciso che una passione, che in fondo hanno in molti, poteva diventare il tuo lavoro?
Ho semplicemente pensato di utilizzare tutto il bagaglio che avevo acquisito nel corso degli anni e di aprire nel 2002 uno studio fotografico, pensando anche che attraverso il lavoro potevo affinare sempre meglio la tecnica utile per la mia ricerca.

Qual è stato il momento più difficile?
È stato trovare in mezzo ai tanti che si occupano di fotografia una persona di alto profilo che, oltre ad avere un’importante conoscenza tecnica, potesse comprendere le mie intenzioni- Tutto ciò che io volevo esprimere attraverso la fotografia.

Marguerite Yourcenar scriveva: “È la nostra immaginazione che si sforza di rivestire le cose, ma le cose sono divinamente nude”, raccontami i tuoi ritratti.
I miei ritratti molte volte sono frutto dell’immaginazione, vedo nella mia mente immagini che prima o poi realizzo. Altre volte nascono dall’incontro con personaggi di cultura, di teatro ed artisti e dalla stimolazione che questi mi danno. Infine ci sono i ritratti che faccio a me stessa. È un’indagine che si perpetua da circa vent’anni, che si estende anche dove il soggetto fotografato è un altro, quasi stessi ritraendo sculture antiche, conferendo loro movimento attraverso la luce. Tutto deriva dal desiderio di ricercare, esibire e creare qualcosa di nuovo attraverso gli atteggiamenti e le posture umane, attraverso la fisionomia dei volti, gli sguardi e i segni del tempo. È un processo autentico che scava nel tentativo di afferrare i moti dell’animo: gioia, tristezza, inquietudine, angoscia, nostalgia, disperazione, indifferenza. Il reale disincantato in tal modo diventa per me momento di perfezione. A tale proposito va ricordato Roland Barthes quando dice “La società si adopera per far rinsavire la fotografia, per temperare la follia che minaccia di esplodere in faccia a chi la guarda”.

“Il volto non lo puoi vestire, tutt’al più lo puoi truccare, ma non lo puoi nascondere” questa invece è tua. Qual è il rapporto delle persone con il proprio volto, il proprio corpo ritratto da una fotocamera?
Difficile dire quello che pensano e sentono gli altri. Secondo la mia esperienza le persone che vivono nel mondo dell’arte sono più disponibili, in quanto essendo artisti o attori hanno un rapporto più consapevole con il proprio volto e corpo. Per quanto riguarda gli altri la cosa può essere più difficoltosa, vedo infatti che molte persone non hanno alcun rapporto con la propria immagine o peggio ancora cercano di falsificarla.

Ad un aspirante fotografo che cosa consiglieresti?
Praticamente nulla. Se non di imparare la tecnica e di non improvvisare (come si fa per qualsiasi altro mestiere) e di sapere che la macchina fotografica è una potenza nel momento in cui tu hai un’idea potente e autentica. Credere all’ispirazione è poca cosa! È fondamentale sapere perché si vuole fotografare e cosa si vuole ottenere dall’immagine che si è scattata. Imparare a preimmaginare.

Mi mostri le tue foto su un delizioso divano d’oltremanica color caffè e passeggiando nel tuo studio sostiamo a fianco di una chaise longue antica, perfetta per concedersi un pisolino nel primo pomeriggio. Si capisce che questo non e’ soltanto un luogo dove lavori, ma un posto che parla di te. Che valore ha per te il fatto che questa realtà sia tua? Dove saresti se non qui?
Amo circondarmi delle cose che mi piacciono, di cose belle, è un nutrimento vero e proprio, una continua stimolazione. Il luogo dove lavoro è la prosecuzione del mio pensiero e le fotografie che scatto ne sono il completamento. Dove sarei se non qui? Dove mai potrei essere se non qui?

antonella gandini

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lucio pozzi

claudia moretti

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Linda Gragnato

Intervista a cura di Linda Gragnato

Ha coniato un termine quando ancora non sapeva parlare, "stolpego", per indicare tutto quello che non va. Parla cinese, ama scrivere e viaggiare, la affascinano le contraddizioni e la diversità. Da adolescente sognava di diventare saggia. Poi ha saggiamente rinunciato all'impresa

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