CONTATTAMI

Mettiamoci in contatto!

Per contattare l'intervistato devi accedere a Uncò Mag


Oppure Iscriviti manuamente

Paul Barbera

6 minuti 1012 parole

Gira il mondo per immortalare gli studi dei creativi e il suo progetto è diventato anche un libro. Intervista a Paul Barbera

unco-barbera-0

Paul Barbera è un fotografo australiano – ma ci tiene a dire di origini italiane- di casa a New York. Dire “di casa” è quasi sbagliato però, visto che è costantemente in giro per il mondo a scattare foto a studi d’artista per il suo progetto “Where They Create”, che è diventato un libro pubblicato da FRAME. Nel mezzo, ci sono tanti lavori commerciali per clienti che vogliono infondere ai loro prodotti il calore tipico delle fotografie di Paul. Questo fotografo, capace di attaccare bottone con più o meno chiunque apprezzi la sua curiosità, si è ritagliato una nicchia in una delle industrie creative più competitive della nostra epoca. Il suo segreto? Voyeurismo e faccia tosta, e non è escluso che domani possa bussare anche alla porta di casa vostra.

Paul, quando hai deciso che saresti diventato un fotografo?
La verità è che da piccolo volevo diventare uno skater, ero ossessionato dallo skate, ma non ero abbastanza bravo. Poi a 16 anni, grazie a mio padre, ho scoperto la fotografia, ed è stata la prima cosa che mi ha dato soddisfazione.

Qual è stata la tua prima macchina fotografica?
Una Minolta SRT 101, a dire il vero era quella di mio padre. La prima macchina fotografica per cui sono stato davvero entusiasta l’ho ricevuta al mio diciottesimo compleanno. Era una Nikon F3 ed era più o meno il 1989.

Come definiresti il tuo stile fotografico?
Voyeuristico. Assolutamente istintivo. Se guardo ai miei primissimi lavori sono praticamente identici a quello che faccio adesso, ma ho dovuto esplorare di tutto per trovare il mio stile.

E l’hai trovato negli spazi di altri creativi, giusto?
Sì. Il mio lavoro è un po’ antropologico. Si tratta di trovare una scusa per penetrare il mondo di altre persone. Certo, se mi incontrassi per la prima volta e mi chiedessi cosa faccio, ti risponderei che scatto fotografie di interni ma questa è una definizione troppo semplicistica. Infatti la maggior parte del mio lavoro include delle persone, che cerco di immortalare in una posa naturale. Questo è quello che cerco di ritrarre, come si trattasse di un animale nel suo habitat naturale. Raggiungo il mio obiettivo quando riesco a far rilassare una persona nel suo spazio e posso registrare questo tipo di istanti.

E questo riesci a tradurlo anche in lavori commerciali, sei piuttosto richiesto ultimamente.
Quando si tratta di pubblicità devi costruire qualcosa, l’aspetto, l’atmosfera, ma alla fine se fotografi due ragazze che si fanno un bagno in piscina, per esempio, quello che vedi sono semplicemente due persone che si godono il momento. Se scatto una foto a una ragazza a casa sua, o in studio, il processo non cambia. Lavoro a molti progetti diversi ma il comune denominatore è la stessa sensibilità, quella del buon osservatore. Sono un vero guardone.

Hai molti progetti personali, che hanno riscosso parecchio successo. Where they create, ad esempio, come è nato?
Quando sono uscito dall’accademia accettavo soltanto lavori commerciali perché mi sembrava di non avere uno stile abbastanza definito. Poi, a 34 anni finalmente ho trovato un modo per fondere tutto quello che amavo e che ero bravo a fare in un’unica idea. È successo nello studio di un amico a Roma, Jebila Wolfe-Okongwu. Lui è un artista e, dieci anni prima, avevo già fotografato il suo studio e quelli di molti altri artisti e creativi. Così, mentre lo aiutavo a preparare il suo sito, mi è venuta l’idea di mettere tutti questi scatti online. Fotografare studi è una cosa che ho sempre amato e avevo già molto materiale, quindi non ho dovuto fare altro che scavare nei miei archivi. E così è nato “Where They Create” ed è un progetto che amo così tanto, che credo continuerò a portare avanti per il resto della mia vita.

Poi c’è anche Love Lost.
Per “Love Lost” la storia è molto simile. Prima ho lavorato a un progetto intitolato “Happy Together”, uno studio su giovani donne appena separatesi dai loro partner. E segretamente volevo trasformarlo in un progetto di nudo sulla sensualità, mischiata al dolore, alla riflessione e all’amore per se stessi. Credo di dover fare ancora molto lavoro su “Love Lost”, gli manca ancora qualcosa ma ci vuole tempo per comprendere dove sono indirizzati i progetti.

So che sei daltonico. Ovviamente non puoi saperlo con certezza, ma credi che questo influenzi il tuo lavoro?
Probabilmente, come dici, non ho modo di saperlo ma questo è ciò che lo rende interessante. Mi sembra di evitare sempre il verde mentre sono attratto dai blu e dai rossi. Mi dicono che ho una palette particolare ma non faccio nulla per ottenerla, onestamente. Piuttosto cerco un certo tipo di immagine. Credo che essere daltonico influenzi il mio lavoro, ma se devo essere sincero, quello che mi condiziona maggiormente è la dislessia: odio le parole, mi piace ascoltarle e mi piace parlare, ma alla fine il mio linguaggio è senz’altro quello visivo. Credo abbia piuttosto senso, data la mia professione.

Viaggi moltissimo per lavoro. Cosa ti fa chiamare un posto “casa”?
Se ho una scrivania, il mio hard drive, il mio laptop e un progetto, mi sento a casa. A volte ho addirittura dei momenti di nostalgia quando lascio la casa di un amico che mi ha ospitato o una camera d’albergo.

Quali consigli daresti a un fotografo alle prime armi?
Non fermarti. Devi portare tutto alla fine del suo corso naturale. È una professione competitiva ma se non lo fosse non varrebbe la pena svolgerla. Devi avere molta convizione. Alla fine, se fai quello che vuoi fare hai già vinto, anche se inizialmente non ottieni successo commerciale. L’importante è seguire il proprio cuore perché, se ami quello che fai, la gente se ne accorgerà. Come disse Joseph Campbell, “Trova la tua felicità e non mollarla”.

Nuovi progetti per il futuro?
Sto preparando un “Where they Live”. Adesso poi mi sento pronto per portare avanti un progetto più forte che abbia a che fare con la religione o la politica. Ci penso continuamente. E poi voglio iniziare a esporre di più il mio lavoro.

unco-barbera-1

unco-barbera-2

unco-barbera-3

unco-barbera-8

unco-barbera-6

unco-barbera-5

unco-barbera-4

Sara Schifano

Intervista a cura di Sara Schifano

Milanese. Giornalista. Scrive (soprattutto) d'arte contemporanea. Vive a Fort Greene, Brooklyn e tre cose che le piacciono molto sono: la pasta, il prosecco e il Mediterraneo. È pigra ma sotto sotto è un'entusiasta.

Lascia un commento

Racconta la tua Storia