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Riccardo Manente / Praio

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Il mio amico pescatore Edmondo a dodici anni mi svelò il segreto del pesce Praio. Intervista a Riccardo Manente

Parole: 1370 | Tempo di lettura: 4 minuti

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Tanta gavetta, voglia di fare, molto impegno e umiltà. Così anche i giovani possono trovare la propria strada, esattamente come ha fatto Riccardo Manente stilista e imprenditore che ha fondato nel 2010 un brand, PRAIO, il cui core business sono i “jj”, i jeans di jersey. Oggi Riccardo vive a Verona, la sua azienda ha sede a Venezia.

Riccardo, qual è il tuo lavoro?

PRAIO è il progetto che ho ideato e messo in piedi da zero ormai quattro anni fa e il mio lavoro consiste nell’ascoltare. Ascoltare la strada, il mercato, i nostri dealers, il mio team, i nostri collaboratori, i nostri fornitori e tutti coloro che indossano le mie creazioni. Ovviamente ascolto anche me stesso, le mie inclinazioni e aspirazioni. Poi coordino il lavoro e le skills di tutto il team per elaborare un piano di marketing che sia una ricetta esplosiva che conquisti i mercati attraverso l’elaborazione di collezioni di abbigliamento all’avanguardia. Le collezioni guardano al futuro strizzando l’occhio al passato.

Quando ti sei avvicinato al mondo della moda?
Devo confidarti che la moda è sempre stata la mia passione. Fin da piccolo sognavo di poter dar corso alla mia fantasia che è sempre stata molto fervida. Al liceo, quando mi consigliavano di leggere i quotidiani, mi concentravo sulle parti che argomentavano di arte, creatività e moda Made in Italy. Decisi di studiare Economia del Commercio Internazionale e dei Mercati finanziari e, una volta laureato, vinsi una borsa di studio per un master dello IED di Milano in Fashion Marketing Comunication durante il quale ebbi l’occasione di incontrare colei che sarebbe stata la mia prima responsabile in Dolce&Gabbana, dove entrai come stageur una volta finito il master. Quando il mio percorso in Dolce&Gabbana raggiunse l’apice per le mie possibilità di allora decisi di cambiare. Avevo un sogno nel cassetto da sempre, lavorare per Dsquared2. Non appena accettai la proposta di un imprenditore veneto per aprire la sede della sua azienda negli USA mi chiamarono sai da dove? Proprio da DSquared2 per un colloquio che feci e che andò bene. Fu una bellissima esperienza, Dean e Dan furono due maestri per me.

Perché hai deciso di rivoluzionare un capo così tradizionale come i pantaloni?

Proprio lavorando fianco a fianco con Dean e Dan mi venne un’idea: un cinque tasche in jersey ma senza elastico in cintura o coulisse in vita che però non cedesse  e si comportasse come un vero e proprio pantalone, quasi come un jeans. Nel settembre 2010 mi son buttato perché ero stanco di vedere sempre le stesse cose e di sentire dire che i giovani non avevano speranze. Con molta umiltà creai una capsule donna e uomo di pantaloni in jersey indeformabili montati e costruiti secondo le tecniche dei jeans e utilizzando gli stessi macchinari utilizzati per la tela denim usando però del jersey. Prodotto alla mano, studiai una presentazione ad hoc e letteralmente bussai alle porte di alcuni negozi di riferimento italiani, che però non conoscevo personalmente. Presentai il progetto a Milano dove il mio più storico cliente, con negozio affacciato su San Babila, mi propose subito di allestire le vetrine durante la Milan Fashion Week. Stava capitando proprio a me! Lì incontrai dei Giapponesi che mi fecero fare l’allestimento a Tokyo. Grazie a quest’occasione fui selezionato dal talent scout di Pitti Immagine, verso cui ho un debito morale inestimabile, che mi fece presentare la mia collezione fra i “New Beats”, una rassegna di nuovi designer emergenti a giugno 2011. Pitti fu la mia prima vetrina nazionale ed internazionale nei confronti di buyers, dealers e addetti ai lavori e mise in moto un volano che pian piano sta allargando sempre di più il suo raggio d’azione.

Che materiali utilizzi?

Per la PRAIO A/W14 ho scelto materiali naturali, confortevoli, duttili come il jersey in tinte coloratissime fino al nero, come per la collezione total black “Hot Ice Winter PRAIO”. Metto molto impegno nello studio delle collezioni, delle shapes, delle vestibilità e dei dettagli. Ho previsto l’inserimento di nuovi modelli e tessuti, dal jersey lavorato, alle stampe vichy ai maltinti con lo zolfo agli spruzzati delavé vintage. I pezzi iconici sono 5 tasche chino con e senza pince in versione skinny, creando il “jj” il jeans in jersey. A questi si sono aggiunti giacche e capispalla foderati internamente di faux-fur di ermellino e impreziositi da dettagli a contrasto o ton-sur-ton. Lo stile è street-chic nel completo rispetto dell’ambiente, i trattamenti sono a basso impatto ambientale e gli accessori sono recuperati da vecchie produzioni dismesse, resti di magazzino che noi regolarmente visitiamo e cerchiamo di valorizzare al massimo.

Da dove nasce il nome?

PRAIO nasce dal profondo sud della Sicilia, da Linosa, da una leggenda che si fonda su un legame speciale, quello fra me e Edmondo, un mio vecchio amico pescatore. Edmondo, nel lontano 6 settembre 1989, giorno del mio compleanno, mi portò in battuta di pesca e mi promise che se in quella giornata di lavoro egli fosse riuscito a pescare il pesce più grosso, allora mi avrebbe svelato il segreto del pesce praio. Un segreto che viene gelosamente custodito e tramandato di generazione in generazione secondo cui la femmina depone le uova e il maschio riconosce quelle fecondabili perché striate di viola.

Hai incontrato difficoltà nel tuo percorso?

Le difficoltà non sono mancate. L’avvio di una start-up è un’avventura mozzafiato adrenalinica che, al di là di ogni teoria impiega 3-5 anni di rodaggio per arrivare ad assumere dimensioni aziendali. A mio avviso rimane sempre un’esperienza nuova, quotidiana in cui se si è curiosi, come credo di esserlo io, si riesce ad apprendere moltissimo in poco tempo. Ecco perché quando ho avuto l’idea del pantalone ho pensato di depositarne il brevetto, in modo da avere il tempo e la serenità necessarie per far crescere questo mio progetto. Una start-up per definizione è un’azienda che ha alla base una grande voglia di fare ma le risorse a disposizione sono poche. La mia formazione economica e la chiarezza che ho nell’identificare gli obiettivi di vita personale e professionale mi hanno aiutato “a far i conti” di natura economica e anche quelli relativi alle soddisfazioni. Ho imparato che non si finisce mai di imparare, ad essere estremamente umile e ad interfacciarmi con persone provenienti da ogni parte del mondo con diversi usi e costumi, ho imparato ad essere autoironico, a dover saper fare prima di far fare, ho imparato a delegare. Mentre non ho imparato ad essere superficiale, vado sempre a fondo in ogni questione, non ho imparato ad essere mondano e difendo la mia vita privata con unghie e denti, non ho imparato a farmi sedurre dalle lusinghe ma di valutare situazioni e persone in base a quel che sono in grado di dimostrare professionalmente ed umanamente. Ho imparato a pregare più per gli altri che per me stesso. Ho imparato a crescere.

Quali sono i capi irrinunciabili nel guardaroba di un uomo?

I pantaloni ovviamente. Ma non secondo i canoni tradizionali. Quando ho lanciato PRAIO volevo fare esattamente quello che stiamo portando avanti quotidianamente, rivoluzionare il guardaroba maschile e femminile. Capi confortevoli e di stile, adatti ad ogni occasione. Sono partito dal pantalone perché sembrava che niente potesse essere più inventato. Invece bastava unire a forme nuove materiali già esistenti, utilizzando dettagli desueti nei pantaloni e lavorando i materiali in modi diversi, come mi insegnarono Dean e Dan.

Come concili la tua attività di insegnante con quella di imprenditore?

L’attività di insegnante è un hobby che coltivo nei momenti liberi per cercare di trasmettere ai ragazzi il mio entusiasmo e l’importanza della preparazione prima di affrontare ogni attività professionale. Lo IED Milano inoltre mi ha chiesto di portare la case history PRAIO ai master di Milano, cosa che faccio con estremo orgoglio visto che tutto cominciò da quei banchi per me.

Progetti per il futuro?

Tanti, alcuni già in fase di sviluppo con altre aziende in cui io credo molto, altri ancora in embrione, parlo di co-branding e di nuove categorie di prodotto-servizio. I soldi vanno e vengono, se non ci sono si vive lo stesso, ma se la salute se ne va sono guai seri! Spero quindi in futuro di potermi concedere l’unico vero lusso al giorno d’oggi: il tempo per stare in famiglia, con gli amici più cari e per aiutare chi ha bisogno in modo concreto.

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Irene D'Agati

Intervista a cura di Irene D'Agati

Ama l'odore dei vecchi libri, ma è una tech lover. Le piace definirsi fashion geek. Il suo blog è www.nonsoloborse.net

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