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Rita de Alencar Pinto / Vanity Projects

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“Aprirò uno spazio dove puoi guardare video d’arte mentre ti fai fare le unghie”. Intervista a Rita de Alencar Pinto di Vanity Projects.

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Rita de Alencar Pinto è cresciuta nel mondo dell’arte lavorando come curatrice e art advisor. Un giorno ha trovato il modo creativo per inchiodare la gente di fronte ai video d’arte: aprire un salone di manicure e pedicure dove al posto delle riviste di gossip si guardano opere d’arte contemporanea. Qui ci racconta come è nato Vanity Projects, il suo salone nel Lower East Side di New York.

Rita, partiamo dalle tue origini. Sono piuttosto interessanti.
Sono nata a San Francisco, mia madre è brasiliana e mio padre americano, lei gallerista e lui chirurgo. Sono cresciuta a Londra dove ho studiato fino al liceo in una boarding school, per poi tornare negli Stati Uniti dove mi sono iscritta all’università in Californa. Mi sono laureata in Storia dell’arte e subito dopo ho iniziato a lavorare da Christie’s. Poi sono tornata a Londra per fare un corso di art business al Sotheby’s Institute. Mi sono trasferita a New York circa 11 anni fa e da allora ho sempre lavorato come curatrice indipendente, nella pubblicità e nella comunicazione legata all’arte.

Poi è successo qualcosa.
Sì, quattro anni fa mi resi conto che cercavo qualcosa di diverso, di divertente, che avrei potuto fare per i successivi vent’anni. Come curatrice, giravo tutto il mondo ed era fantastico, ma volevo trovare un po’ di riconoscimento nella mia città, volevo fare qualcosa a New York.
Ai tempi però Lehman Brothers era appena crollato, Bernie Madoff era stato arrestato, e il clima era molto difficile. Tutti i miei amici e amiche del mondo dell’arte avevano iniziato ad aprire le piccole gallerie in Orchard Street nel Lower East Side, Cecilia Alemani aveva lanciato il progetto X-Initiative e tutto questo è stato di grande ispirazione per pensare a qualcosa che fosse altrettanto stimolante.

Però non pensavi a una galleria, giusto?
Esatto, perché ho visto tutte le difficoltà del caso con l’esperienza della galleria di mia madre negli anni Novanta e non volevo assolutamente ritrovarmi a fare da baby-sitter a un cubo bianco. Poi ho incontrato questa ragazza, Fleury Rose, e ho iniziato a farmi fare la manicure da lei e mi sono resa conto che una seduta di nail art dura almeno un’ora e mezza. E mentre ero lì, ho cominciato a pensare a cosa si potesse fare nel frattempo. Così ho avuto l’idea: ho pensato ai video d’arte, a quanto spesso siano poco apprezzati perché difficili da guardare. Non sei mai dell’umore giusto o nella situazione giusta, al museo dai giusto un’occhiata, ti stanchi di stare in piedi, in galleria o alle fiere incontri qualcuno, insomma riuscire a vederli per intero è un’impresa. Ma i video che avevo sotto gli occhi in quel periodo erano stupendi, alcuni degli artisti – che poi ho incluso nella mostra inaugurale -, come Shana Multon, Shannon Plumb, sono divertenti, sagaci, tragici. E così mi sono detta: “perché non proiettare questi video mentre ti fai le unghie?” È qualcosa che nessuno ha mai tempo di vedere e questa è l’occasione perfetta.

Dopo aver avuto l’idea cosa hai fatto per realizzarla?
Ho iniziato a lavorare con nail artist come Naomi Yasuda, Fleury Rose, The Illustrated Nails a Londra. Poi siamo state invitate a partecipare a NADA (New Dealers Alliance Art Fair), a un’altra fiera nella Hudson Valley e a Miami per Art Basel. Lì ho conosciuto la Director of Development del MoMA PS1, Angela Goding, che mi ha fatto incontrare i curatori del museo, i quali mi hanno proposto un pop-up di tre mesi.

Il successo dell’iniziativa è stato incredibile. Come ha reagito il mondo dell’arte?
Con grande entusiasmo. Tutti i curatori del museo si sono fatti fare le unghie. Unghie di Magritte e di Salvador Dalì o qualunque cosa richiedessero. Io ho sfruttato questa opportunità per espandermi. Sapevo fin dall’inizio di voler aprire uno spazio. Sapevo come lo volevo, anche in termini estetici. Doveva essere elegante, sofisticato, un luogo dove invitare tutte le migliori nail artist di ogni parte del mondo. Le ragazze arrivano da Tokyo, dalla Svezia, Los Angeles, Virginia Beach, Chicago, Londra e potrei continuare ancora.
Dopo il PS1, con il mio lavoro di art advisor sono finalmente riuscita a mettere insieme i soldi per prendere uno spazio. Nel frattempo non ero stata con le mani in mano, avevo lavorato al branding, al sito, al messaggio che volevo comunicare, agli artisti che volevo coinvolgere e così via, tutto quello che potevo fare senza soldi l’ho fatto prima e quando sono arrivati ero pronta. A maggio ho trovato lo spazio e il 3 giugno ho firmato il contratto.

E gli artisti come hanno reagito quando hai chiesto di esporre il loro lavoro in un salone di manicure?
(Ride) Ricordo ancora quando andai a casa di Shannon Plumb quattro anni fa. Ero seduta nel suo salotto e le dissi: “Aprirò uno spazio dove puoi guardare video d’arte mentre ti fai fare le unghie”. Mi guardò come se fossi pazza e con tono inorridito mi disse: “Veramente? Figo!”. Poi un’altra artista, Shana Moulton, è venuta a farsi le unghie con me e ne è rimasta entusiasta. Alle artiste piace l’idea di poter portare i propri lavori sulle unghie. E poi supportano il progetto perché il video è presentato in modo serio, con un proiettore ad alta definizione, in un contesto elegante pieno di altre opere d’arte della mia collezione. Fin dall’inizio ho voluto che fosse un’esperienza di livello, ben pensata, curata nel dettaglio.

Siamo nel Lower East Side. Perché hai scelto questa zona?
Ho sempre voluto vivere qui. Questo era l’isolato dei miei sogni perché tutte le gallerie che mi piacciono sono dietro l’angolo. Canada gallery è qui dietro, Marlborough ha appena aperto, Jack Hanley e molte altre. Volevo far parte di questo dialogo ed essere vicina fisicamente, così se vai a un’inaugurazione poi puoi venire qui o viceversa.

Sei molto popolare nel mondo dell’arte ma questo progetto si rivolge a un pubblico potenzialmente molto più ampio.
Sono rimasta nel mondo dell’arte perché è il mondo che conosco e quello che mi interessa. Adesso però le cose sono diverse perché Vanity Projects è un luogo dove arte, moda, musica e lifestyle si uniscono. Mi rendo conto che ormai niente è più così definito. Durante la settimana della moda di New York abbiamo iniziato delle collaborazioni con Helmut Lang, Opening Ceremony e altri. Poi gli affitti qui sono molto più bassi rispetto a Uptown.

La difficoltà più grande che hai dovuto affrontare in questo progetto? E quelle che dovrai affrontare?
Di certo la parte logistica, trovare lo spazio, riuscire a ottenerlo – come sai il mercato immobiliare a New York è incredibilmente competitivo – e poi personalizzarlo, visto che ho ideato tutto io. Sono diventata un “capo”, un ruolo a cui non ero abituata. Gestire un gruppo di persone è difficile, specialmente perché ho un temperamento forte, sono latina e parlo, piango, urlo perché sono molto passionale. Quindi direi che la mia grande sfida è quella di diventare il più professionale possibile. Per il resto ogni giorno mi sveglio felice perché è il mio progetto ed è incredibilmente appagante.

E per il futuro?
Il mio sogno è di portare Vanity Projects in altri paesi e città, ma intanto penso a farne uno veramente bene!

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Sara Schifano

Intervista a cura di Sara Schifano

Milanese. Giornalista. Scrive (soprattutto) d'arte contemporanea. Vive a Fort Greene, Brooklyn e tre cose che le piacciono molto sono: la pasta, il prosecco e il Mediterraneo. È pigra ma sotto sotto è un'entusiasta.

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