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Silvia Massacesi

5 minuti 885 parole

Ho fatto diventare la mia tesi di laurea una linea di borse, in sughero. Intervista a Silvia Massacesi.

parole: 893 | tempo di lettura: 3 minuti

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Silvia Massacesi, la moda, la vede – e la realizza – sostenibile. Proprio così: ha ideato e progettato una linea di borse in sughero e carta riciclati che rispetta l’ambiente, in uno stile trendy ed esteticamente bello ma non aggressivo nei confronti della natura che ci circonda. Romana di 29 anni, Silvia ha fondato un brand che porta il suo nome e cognome – prendendo le mosse dalla sua tesi di laurea in Disegno Industriale (a La Sapienza di Roma, ma ha anche un secondo titolo conseguito all’Accademia di Costume e di Moda) – e che segue insieme al co-fondatore e designer Davide Mariani.

Silvia, hai progettato una linea di borse in sughero. Da dove è partita l’idea?
Il progetto è nato nel 2010, dalla mia tesi di laurea in cui trattavo i temi della moda eco-sostenibile. Il mio obiettivo era quello di dimostrare che anche nel settore moda era, ed è possibile, produrre nel rispetto dell’ambiente, ma allo stesso tempo riuscire a creare un prodotto dall’alto contenuto estetico. Grazie a questa tesi-progetto ho vinto numerosi premi, tra cui il primo premio del comitato Leonardo e VogueEcoTalents. Motivata da questi successi, ho deciso di aprire la mia attività e portare avanti nel lavoro la mia filosofia di vita insieme al mio socio Davide Mariani, anche lui designer.

Come vi dividete i compiti?
Io mi occupo principalmente della parte di design e prototipazione. Davide gestisce la comunicazione e il social management, ma mi aiuta anche nella fase di prototipazione e nella realizzazione dei modelli.

A chi vi appoggiate per le fasi di realizzazione concreta del prodotto?
Per quanto riguarda il taglio, ci appoggiamo ad un laboratorio esterno di Roma. Abbiamo deciso di lavorare con un team di giovani, anche perché più disponibili e aperti a sperimentare e provare nuove soluzioni e nuove tecniche. Per quanto riguarda l’assemblaggio, per piccoli ordini ce ne occupiamo direttamente io (cucitura) e Davide (montaggio), mentre su quantitativi più elevati abbiamo dei laboratori di artigiani italiani – ci tengo a sottolinearlo – che realizzano i nostri modelli. Inoltre, insieme alla Cooperativa Ora D’aria, attiva nel carcere di Rebibbia, sto portando avanti il progetto di spostare parte della produzione all’interno del laboratorio del carcere, in modo da poter dare una nuova opportunità alle detenute e arricchire ancor di più il valore etico di questa collezione.

Come hai potuto avviare la tua attività?
L’investimento iniziale ci deve essere per fare un tipo di attività del genere. Solo i materiali hanno richiesto un investimento non da poco, visto che la maggior parte delle aziende di settore non vende quasi mai al dettaglio. Per fortuna i premi vinti e il lavoro che ho svolto per sei mesi in Ecuador, dove insegnavo Moda e Architettura d’interni all’Universidad Tecnologica Equinoccial (UTE) a Quito, mi hanno permesso di mettermi un tesoretto da parte, con cui ho investito sia sui materiali che sulla ricerca.

Dove recuperate i materiali necessari?
Tutti i materiali sono rigorosamente Made in Italy. Con Davide abbiamo dedicato tantissimo tempo alla ricerca e alla selezione di aziende appropriate e di qualità per il nostro tipo di prodotto.

Quante borse realizzate in un mese, e qual è il vostro mercato di riferimento?
Attualmente siamo in fase promozionale per trovare accordi con i buyer. Principalmente cerchiamo di vendere all’estero in quanto, purtroppo, il mercato italiano non è ancora pronto per il tipo di prodotto che realizziamo: troppo spesso ci è capitato di ascoltare persone che ci chiedevano perché usavamo il sughero e non la pelle. I nord europei, gli americani e i giapponesi, invece, hanno una sensibilità diversa. Per questo sono anche più interessati e aperti all’acquisto e alla sperimentazione di prodotti innovativi come i nostri.

Come vi promuovete?
I nostri mezzi di comunicazione sono principalmente i social network, da Facebook a Twitter fino ad arrivare ad Instagram. Sono tutti strumenti fondamentali per artigiani digitali per farsi conoscere e creare una cerchia di follower da tenere aggiornati sui propri lavori. Gli artigiani di oggi devono aprirsi e confrontarsi sempre più con un mercato globale e, grazie anche a un nuovo tipo di distribuzione, possono riuscire ad aprirsi a tutto il mondo. Mi riferisco agli e-commerce e ai marketplace che permettono di mettere in una vetrina mondiale i prodotti. Ma non esiste solo la rete digitale, per noi è fondamentale anche quella reale: parlo dei laboratori di ricerca con cui collaboriamo, del Fablab di Roma con cui siamo sempre in contatto per eventuali progetti di ricerca e sviluppo, e degli artigiani che spesso ci insegnano i vecchi trucchi del mestiere. Credo nella trasmissione dei saperi a cui oggi non diamo abbastanza importanza e che invece dobbiamo difendere e non perdere. Credo nell’essere aperti a imparare dalle generazioni passate aggiungendo le nostre nuove conoscenze e intuizioni: così si fa innovazione!

Attualmente questa è la tua principale attività?
Sì ma, come tutte le startup, i primi anni sono molto faticosi, bisogna fare molti sacrifici e bisogna anche investire tempo e denaro per poter portare avanti un progetto di questo tipo.

Progetti futuri?
A metà gennaio saremo al White trade show di Milano, e successivamente vorremo partecipare ad una fiera a Parigi. Oltre a questa fase di promozione abbiamo in mente di realizzare una nuova collezione eco-sostenibile con altrettanti materiali innovativi.

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Elisa di Battista

Intervista a cura di Elisa di Battista

Giornalista, appassionata di comunicazione, digitale, social media, fotografia. Blogger, racconta storie di giovani e artigianato sul suo blog www.laureatiartigiani.it. Seguila su Twitter: @ElisaDiBattista

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