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Silvia Pastore

4 minuti 605 parole

A 19 anni suo padre le regala una macchina fotografica. Ma solo il corpo, nessuna ottica. Intervista alla fotografa Silvia Pastore

Silvia, qual è l’istante in cui hai pensato che la fotografia sarebbe diventata il tuo mestiere?
Ho iniziato a fotografare a 14 anni, nei corridoi del liceo gli studenti che incontravo per caso, in vacanza ero io quella che faceva le foto ricordo… spendevo tutti i soldi della paghetta per sviluppare i rullini in bianco e nero. Poi a 19 anni mio padre mi ha regalato la mia prima vera macchina fotografica, solo il corpo, nessuna ottica. Ho comperato il mio primo 50 mm. Sono passati 18 anni e ogni giorno me lo chiedo.

Cosa è per te la fotografia, oltre che una professione?
Dipende dai periodi, ogni tanto è solo lavoro, quando c’è… in altri momenti è una buona compagnia, un rimedio ad una giornata storta, a un momento di solitudine o di stress, come leggere un libro o accendersi una sigaretta sul terrazzo a fine giornata.

Hai lavorato per ben sette anni nel settore calcistico. Come ti ha segnato quest’esperienza?
Mi ha insegnato ad avere gli occhi veloci. A trasformarmi in un uomo all’occorrenza.

Come hai costruito il tuo stile fotografico?
Non ci ho mai pensato. Ci penso sempre dopo aver finito il lavoro. Mi capita di ripetere la stessa tecnica per molti lavori ma non è studiato, è spontaneo, non ci rifletto prima.

Se avessi la possibilità di scegliere di lavorare con un fotografo, in vita o meno, con chi vorresti lavorare?
Passo giornate intere ad osservare il lavoro degli altri, dai libri al web ai festival in giro per l’Europa. E mi innamoro sempre di un fotografo diverso. In questi giorni sono innamorata di JR, partirei adesso per poter lavorare anche solo un giorno con lui.

Un progetto fotografico che è ancora un sogno nel cassetto.
Ne ho tanti nel cassetto e quando sono senza idee nuove ne tiro fuori uno a caso e lo riprendo per un po’. Ad uno sono particolarmente affezionata, una ricerca continua di campetti da calcio liberi che sono rimasti nella mia città e che stanno rischiando di scomparire. Li fotografo in pellicola, di notte. Rimango li per delle ore, da sola. Mi rilassano.
Vorrei che diventasse una mostra, vorrei poterlo sviluppare in tante altre città d’Italia

Come convivono la tua vita privata e quella professionale?
Alti e bassi. Il mio lavoro è spesso il termometro del mio umore. Non è un periodo facile e ogni giorno bisogna inventarsi qualcosa per sopravvivere. Ogni tanto mancano le idee e le forze. Ma credo di essere fortunata, perché sono circondata da persone che non mi permettono di mollare e ad ogni mio cedimento mi tirano le orecchie.

Quando scatti una fotografia che criterio usi? Più intuizione, più tecnica o nulla di tutto ciò?
Prediligo i ritratti e quindi aspetto di vedere chi ho davanti. Sono un diesel. Ci metto sempre un po’ a partire. Mi piace ascoltare la persona che ho davanti, che sia una modella o un calciatore o uno sconosciuto. Guardo le espressioni quando prendono il caffè, ridono, chiacchierano prima dello scatto, e poi vado a cercare quella che mi ha colpito di più. Solo quando scatto per il progetto faces sono velocissima. E’ sempre buona la prima.

Che cosa consigli a chi vorrebbe fare il tuo lavoro?
Ci vuole tanta pazienza. Ogni tanto il lavoro inizia quando pensi di aver appena finito.

C’è tra i tuoi scatti uno in particolare a cui tieni? Ce lo mostri?
Si, lui si chiama Batistin. E’ un postino di montagna. E’ uno scatto che fa parte di uno dei tanti progetti che tengo nel cassetto.

www.silviapastore.it
silviapastore.tumblr.com

Lucrezia Pascale

Intervista a cura di Lucrezia Pascale

Vive di contaminazioni o almeno ci prova il più possibile. Laureata in Disegno Industriale cerca la sua strada come freelance occupandosi di progettazione, grafica e packaging dei suoi prodotti. Ha due passioni: la fotografia e la maglieria

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