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32. Simone Perotti

9 minuti 1776 parole

La libertà oggi è sinonimo di bassi consumi. Intervista a Simone Perotti

Per 19 anni, Simone Perotti, fa il manager, acquisendo, passo dopo passo, quello che il mondo definisce successo: una carriera ben avviata e un potere adeguato. Le sue passioni, il mare, la scrittura, sono hobby che coltiva nei ritagli di tempo, finché un giorno si rende conto che quella vita non si adatta più alla sua anima. E molla tutto: soldi, carriera, lavoro, potere. Si riprende quello per cui sente di essere nato: scrivere e navigare. Oggi vive in Val di Vara, entroterra ligure, e per sopravvivere affitta barche, fa lo skipper e l’istruttore di vela. Si adatta anche ad altri lavori se necessario. Consuma poco, ma sogna molto. E ha molto più tempo per trasformare i suoi sogni in realtà.

Simone, tu rappresenti un lato del contemporaneo che emerge sempre di più nella società di oggi: quello delle persone che decidono di rimescolare le carte, lasciano il posto fisso o una carriera sfolgorante e si lanciano in una nuova avventura, chi per una maggior qualità di vita, chi per inseguire i propri sogni, chi per scrollarsi di dosso responsabilità che non sente sue. Per te cosa è stato?
Per le ragioni che indichi e per molte altre. Ad esempio una: ho 46 anni, morirò tra una trentina d’anni se tutto va bene. Ho sogni da realizzare. Vivere e poi morire senza aver tentato di realizzare i miei sogni è tragico. È come non essere mai vissuti. Già la vita non ha un lieto fine, che almeno abbia un lieto svolgimento. E niente è più lieto che tentare. Fallire ci sta, ma non tentare no. Non è dignitoso. E un uomo, una persona, deve cercare di avere una sua propria dignità.

Sono molte le persone che pensano di fare una scelta come la tua. Qual è stata la scintilla che ti ha fatto scattare la voglia? C’è un momento o qualcosa di particolare che ti ha fatto dire: “Ora basta” o è stato un crescendo che si è concretizzato quando la misura è stata colma?
Molti momenti: tutte le volte che mi trovavo imbottigliato nel traffico, o seduto intorno a un tavolo riunioni dove molti uomini strapagati stavano perdendo tempo e denaro in un teatrino ridicolo, o tutte le volte che c’era il sole e io ero segregato in un ufficio, oppure ogni volta che pensavo al mare, la mia grande passione, e io ero in città… insomma, ogni volta che riflettevo e dovevo constatare che non stavo tentando, che ero dove non dovevo essere e, cosa ancora peggiore, non ero dove sarei dovuto essere. Si chiama alienazione, non c’è nessun buon motivo per viverla.

Com’è stato ricollegarsi con sé stessi dopo una vita passata a inseguire la carriera. Cosa è stato più difficile fare? Cosa ti dà questa nuova vita in più e cosa in meno?
È stato facile per alcuni versi: quando mangi una cosa odiosa e amara e improvvisamente ti danno un piatto delizioso non fai fatica a cambiare, mangi subito e facilmente la cosa buona. Per altri versi è stato ed è ancora, difficile: la libertà implica grande responsabilità, nessun paracadute, molta solitudine, fatica fisica, etc. Tutte cose che avevo previsto poco, che si sono rivelate sfide grandi, che ancora oggi cerco di affrontare. Poi ho capito che il senso era proprio lì. Faticavo, temevo, speravo, come nella vita precedente: ma almeno lo facevo per cose che avevano un senso adatto a me. Una differenza enorme.

Raccontami la tua giornata tipo.
Non ho una giornata tipo e questa è già una grande conquista. Vivo spesso in mare e poi in una casa di pietra al limitare di un bosco, dunque sono soggetto ai ritmi e alle bizzarrie del clima e della natura. Se piove scrivo, leggo, faccio i lavori di casa. Se non piove scrivo, leggo, costruisco cose, faccio le mie sculture in ardesia e legno trovato in mare. Poi viaggio molto, mi muovo, controtempo e controfase per evitare i guasti della società impazzita. Faccio quello che voglio. Ogni tanto, raramente, devo lavorare per racimolare dei soldi. Ma il meno possibile.

Recentemente ti abbiamo visto in tv con “Un’altra vita”. Possiamo parlare di upshifting?
Al contrario. Il programma televisivo è costato 19 giorni di lavoro e mi ha fruttato qualche euro, non molti, ma soldi benedetti per uno che non ha lo stipendio, né bonus, né pensione da 5 anni. Lavorare ogni tanto è previsto dal mio capitolato di vita, ma solo per cose che amo, che desidero fare e solo quando mi servono soldi, cioè raramente, perché io vivo con poco, pochissimo, il meno possibile. Un uomo che consuma poco è più libero. La libertà oggi è sinonimo di bassi consumi.

Il fatto che tu abbia avuto successo anche in settori diversi da quello di provenienza, coltivando altri talenti che sentivi più tuoi, dimostra che fare downshifting in un settore non impedisce di fare upshifting in un altro. In Italia c’è, in fondo, una mancanza di mobilità professionale. Se un lavoratore nasce in un settore deve morire in quel settore per non essere tacciato di fallimento o incoerenza. È un modo di pensare che all’estero non esiste. Se hai le carte, puoi fare bene dovunque. Forse cambiare modo di vedere la propria professionalità potrebbe aiutare il problema della disoccupazione. Cosa ne pensi del mito del posto fisso nel settore fisso?
Guarda, in tutto il nord-ovest del pianeta, non certo solo da noi, la gente è schiava. Lavora e basta, e per di più inutilmente, senza fare cose belle, utili, inquinando, guadagnando pure poco. È uno schema che fa ridere, quando non piangere. Bisogna uscirne per tornare a fare cose sensate. Il fatto è che nessuno o quasi ci prova. Ma tentare è doveroso, se vogliamo restare degli esseri umani. Nessun upshifting, a meno che tu non consideri upshifting scrivere dieci ore al giorno perché quello è il sogno che avevo e che ora, finalmente, vivo.

Beh, in un certo senso, fare quello che si ama è un upshifting. Un altro trend della società di oggi è quello che tu definisci “il maschio assente”. Nel tuo ultimo saggio “Dove sono finiti gli uomini?” parli della crisi d’identità dell’uomo contemporaneo. Lo consideri spaventato, senza sogni, in un certo senso bloccato. Hai avuto anche tu questa crisi?
Non parlo di maschio, parlo di “uomo”, che è cosa assai più ampia. Ho appena descritto il modello di vita che facciamo. Per gli uomini è ancora peggiore, complicato dal ruolo, dal simbolo, dal portare i pantaloni, dal portare i soldi a casa, dal fatto di dover essere uomini che non si piegano, che non piangono, che non chiedono, che non parlano. Tutto questo andava bene per i nostri genitori, forse, non per noi. Per impersonare quell’uomo dovremmo essere come loro, cosa che non siamo. Siamo meno duri, meno saldi, meno semplici, meno monodirezionali, più delicati, più complessi. Siamo soggetti a più sollecitazioni coatte, non abbiamo una frontiera nuova, uno schema di riferimento. Il tutto, bada bene, non è una iattura capitata così, dall’alto, non è una fatalità: è quello che accade quando si abdica al dovere di ragionare sulla propria vita, di fare un serio esame delle condizioni di vita e della nostra coscienza, quando insomma si rinuncia a vivere in modo originale e vero. Le donne hanno fatto percorsi straordinari, sanno, si sono chieste, tentano, pur con mille problemi e mille devianze. Ma ci sono, hanno energia, ci provano. Noi no.

Dalla mia esperienza e dai racconti delle donne che incontro mi sembra che le esperienze col maschile non siano poi così diverse da quelle delle nostre madri o delle nostre nonne. Le mancanze dell’uomo di ieri sono le stesse di quello di oggi: l’ho sempre sentito definire immaturo, superficiale, egoista, codardo. Forse siamo noi donne ad aver perso la capacità di guidarlo verso una maggiore consapevolezza di sé. Mi sembra di vedere un femminile che mostra apertamente caratteristiche maschili e un maschile che si sente defraudato del ruolo. Cosa ne pensi delle donne di oggi?
Può darsi che l’uomo sia sempre stato come lo descrivi, ma la differenza è enorme. Mentre era così, mentre viveva in quel modo, l’uomo delle generazioni precedenti tentava, era sostanzialmente impegnato, perfino felice di comprarsi la macchina nuova dopo aver fatto fatica a lavorare. Non
 solo: era il capofamiglia, era il padre, il marito e quello schema era chiaro, scelto, inalienabile. Lui, nel bene o nel male, lo rappresentava. Non c’erano alienazioni particolari, si viveva così e lui viveva così. Era al centro del suo ruolo. Tra lui e le donne, ripeto nel bene e nel male, le cose erano definite, chiare. Magari peggiori di oggi, ma chiare appunto. Oggi ti sembra che le cose vadano così? Quanto alle donne ne vedo di eccellenti e di mediocri, di riuscite e di disorientate, come è ovvio che sia, ma vedo esseri in movimento, che sanno comunque sorridere, che tentano, che ci provano. Vedo esseri pieni di voglia e di energia, che anche se vanno in una direzione pericolosa o sbagliata, quando questo capita, ci vanno con gioia, ci vanno del tutto, sono presenti anima e corpo. Cercano un posto in questa nuova collocazione sociale che la storia evolutiva ha dato loro. Non lo stesso per gli uomini, purtroppo…

Già. Anche se questa crisi dell’identità sessuale ha anche fatto nascere tipologie di femminile discutibili come la manager arrivista che diventa molto più spietata del maschio o la ragazzina che vende il proprio corpo per comprarsi la borsa firmata. Non proprio esempi di consapevolezza femminile…
La manager arrivista è un mito tramontato dopo pochi anni dalla nascita. Le donne così sono un’esigua, esigua minoranza. Visto il prezzo del potere, hanno tutte abbandonato la carriera quando si sono rese conto di cosa volesse dire, di che costo umano, psicologico, sociale avesse vivere così. 
La ragazzina che vende il proprio corpo per una borsa è fuori dall’ambito della mia inchiesta, che riguarda le donne di una generazione ben precisa, tra 30 e 50 anni. Tutto il resto delle donne, cioè la stragrande maggioranza, non sostengo certo che non devino da una strada sensata dieci volte al 
giorno oppure che siano sagge e riuscite in tutto. Ma ci sono, capisci?! Se le cerchi, le trovi. Sono in giro, tentano, ci provano. Se ti fermi a parlare con una di loro scopri sogni, paure, speranze, tentativi. Sono vive. Hai la stessa impressione quando parli con un uomo di circa 40 anni? Alle donne, stando alle storie tutte vere del mio libro, sembra di no.

In effetti, certi uomini di oggi mancano un po’ di consistenza. Bene, Simone. Nelle nostre interviste chiediamo all’intervistato di indicarci qualcuno di interessante con cui chiacchierare. Chi ci suggerisci?
Un uomo: Gino Strada, un uomo vero di questa epoca e della prossima. Una donna: Luciana Littizzetto, una che di questi argomenti se ne intende.

Valentina Cavicchiolo

Intervista a cura di Valentina Cavicchiolo

Un'anima curiosa e un po' irrequieta. Gli arrivi sono solo nuovi punti di partenza. Pensa. Legge. Scrive. Fotografa. Racconta. Condivide. Ama. Sente tutto con estrema intensità, ma in superficie ha il sangue freddo di un serpente.

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