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Yatta! Fai da noi

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Un makerspace nel cuore di Milano per smanettoni e amanti del Fai-da… noi. Intervista a Marco Lanza di Yatta!

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Un po’ FabLab, un po’ coworking. In poche parole: un makerspace, cioè uno spazio in cui lavorare, progettare, scambiarsi idee e conoscere professionisti, creativi, makers e amanti della tecnologia. È appena nato nel cuore di Milano (viale Pasubio 14) e si chiama Yatta! fai da noi, costola dell’associazione Codice&Bulloni, fondata nel 2012 da Marzo Lanza – 37enne milanese  perito elettronico-informatico che ha studiato Sociologia – insieme ad altri due soci.

Marco, prima di tutto spiegaci cos’è Yatta!

Yatta! è uno spazio per fare, un luogo dove discipline differenti si applicano concretamente e dove i loro portatori, ovvero le persone, si incontrano e si scambiano pratiche. Makerspace è la definizione internazionale di un luogo come Yatta!. Le aree allestite a disposizione sono quattro: il laboratorio di progettazione libera attrezzato, il FabLab con i macchinari di lavorazione e prototipazione rapida (stampanti 3D, taglio vinile, frese CNC), il set per le riprese foto/video, una piccola area coworking.

Cosa si può fare in Yatta!? Per chi è pensato questo spazio?

Ci sono designer, smanettoni tecnologici, appassionati di physical computing, amanti del fai-da-te, creativi molto manuali e anche artisti. La verità è che non c’è limite all’utenza di Yatta! perché è uno spazio multifunzionale per più tipologie di persone. È questa la forza del nostro spazio e non potrebbe essere altrimenti.

Yatta! È un progetto dell’associazione Codici e Bulloni: come si legano le due realtà?

Yatta! è un progetto di Codici&Bulloni, le due cose sono inscindibili. Chi entra da Yatta! infatti si associa a C&B. L’associazione ora è composta da 15 persone di cui 10 nel direttivo di gestione, l’organo che definisce ogni attività e azione, fuori e dentro Yatta!. Parlo esplicitamente di Yatta! come un progetto perché questo è un modello che usiamo per ogni tipo di attività che generiamo. In generale i progetti vengono vagliati dal direttivo dell’associazione e attivati dal proponente/responsabile, sia esso del direttivo o un socio ordinario di C&B.

Com’è nata l’idea di avviare il makerspace?

Volevamo creare uno spazio da almeno un anno (personalmente avevo in testa il progetto da più di 2 anni), e quando il Comune ha lanciato il bando Creative Makers ci siamo contati, sia numericamente che dal punto di vista del tempo a disposizione, e abbiamo steso il testo del documento: 80 pagine fitte di analisi socio-economica, progettualità, visione e conti economici. Uno spazio del genere non si realizza collocando alcuni macchinari su un tavolo, ci vuole una regia forte e consapevole, che inoltre deve fare da apripista in un settore ancora nuovo – in particolare per Milano -, quello degli spazi di lavoro materiale condivisi.

Quale investimento è richiesto per aprire uno spazio come questo, tra location, ristrutturazioni e attrezzature?
Siamo una realtà giovane e no profit, quindi ci sono vari aspetti critici nel generare economia sia per la mancanza di uno storico che per la forma giuridica. Fortunatamente lo spazio era già ristrutturato e adeguato alle nostre esigenze, ma completamente spoglio, quindi andava arredato e allestito con i macchinari necessari. Abbiamo calcolato che per partire sarebbe stato richiesto un investimento di circa 30mila euro. Ci siamo quindi autotassati per circa 6mila, abbiamo risparmiato sul mobilio che è tutto riciclato e riadattato, alcuni macchinari ci sono stati ceduti in comodato d’uso e altri li paghiamo in forma ridotta in cambio di visibilità del marchio, tutto attraverso accordi realizzati ad hoc e non sempre ripetibili se non ci sono le premesse che abbiamo impostato noi con il nostro progetto. Naturalmente ci sono spese fisse dalle quali non si scappa: la prima è quella dei costi energetici, che sono un capitolo molto spinoso. Un progetto di questo tipo, compresa l’eventuale assunzione di una persona full time, si aggira intorno agli 80/100mila euro all’anno.

Quali erano i requisiti per partecipare al bando comunale Creative Makers?
Il requisito principale è essere e rimanere una realtà no profit e attuare azioni rivolte alla cittadinanza, che potremmo tranquillamente chiamare politiche pubbliche. Abbiamo un orario esteso su 6 giorni (in futuro prevediamo 7 giorni di apertura) per garantire un’offerta accessibile a diverse fasce di popolazione, e anche questo è un elemento centrale per il bando. Siamo un luogo accessibile nella forma del socio-utilizzatore e ovviamente non esiste alcun tipo di discriminazione da questo punto di vista.

Qual è, oggi, a Milano, il valore di uno spazio come Yatta! e quali sono le prospettive legate al making, all’artigianato digitale, all’elettronica legata all’informatica?
La prospettiva impostata dal Comune nel bando e che abbiamo fatta totalmente nostra è quella di aprire un luogo centrale per i giovani e le politiche giovanili, e di ciò siamo fieri. Questo significa in sostanza promuovere nuove forme di lavoro, multidisciplinari. Più forte sarà la nostra presenza, più chiara sarà l’importanza di luoghi come il nostro per il territorio locale e per i processi economici sostenibili. Possiamo quindi immaginarci come un bene comune, a disposizione della cittadinanza.

Puoi dire di esserti inventato un lavoro?

Vediamo come vanno i primi mesi e ti saprò dire. Yatta! deve creare lavoro per tante persone, direttamente e indirettamente, questo è l’obiettivo implicito del progetto. Non si tratta di creare un posto di lavoro per chi ha avuto l’idea, ma di dar vita ad un sistema virtuoso innanzitutto a livello economico.

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Elisa di Battista

Intervista a cura di Elisa di Battista

Giornalista, appassionata di comunicazione, digitale, social media, fotografia. Blogger, racconta storie di giovani e artigianato sul suo blog www.laureatiartigiani.it. Seguila su Twitter: @ElisaDiBattista

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