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Zero

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#coglioneNO, l’hashtag più chiacchierato della settimana. Intervista agli ideatori Zero.

parole: 819 | tempo di lettura: 4 minuti

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ZERO is a collective of creatives who write, shoot and produce video content for advertising, music industry, internet virals and entertainment”. Due di loro, Niccolò e Stefano, vivono a Roma, Alessandro a Londra. Si definiscono websurfer che esplorano le rischiose vie della comunicazione e in effetti è vero. Sono loro gli autori della campagna #coglioneNO contro lo sfruttamento dei lavoratori freelance. Il payoff recita: “Pirate Videomakers”, leggete l’intervista per capire il perché.

Ragazzi, qual è il vostro lavoro?
Siamo videomaker, partendo dalle idee scritte in un testo cerchiamo, attraverso le sensazioni che suggerisce, di trasmetterle attraverso il racconto di una storia. Mediante immagini e suoni veicoliamo il messaggio del testo che può essere una sceneggiatura o il brief di una pubblicità. E le stesse sensazioni devono trasparire anche dal video che produciamo.

Come vi siete avvicinati a questo settore?
Abbiamo fatto percorsi di studio diversi, Niccolò e Stefano più legati alla comunicazione audio-visiva, settore in cui abbiamo lavorato da subito. Alessandro ha studiato economia, ma si è avvicinato al settore iniziando ad occuparsi anche di pubblicità. Il primo grande progetto insieme è stato il documentario Erasmus 24_7.

Quando e perché avete deciso di aprire il vostro studio?
In realtà non abbiamo uno studio. Abbiamo sempre lavorato da casa, quando Niccolò e Stefano erano a Berlino la bottega era la stessa stanza dove poi alla fine delle stressantissime 12 ore lavorative, andavano a dormire. Abbiamo pensato più volte ad aprire uno studio a Roma, ma ancora non siamo sicuri di dove ci fermeremo.

Perché vi definite “half pirates, half filmmakers”?
Perché ci interessa molto un nuovo modo di comunicare, al di là dei confini che ad esempio delimitano internet dalla televisione o dai giornali. In futuro queste distinzioni non ci saranno, i linguaggi stanno cambiando, ci sono nuovi canali e nuove direzioni per comunicare, e a noi piace sperimentare. Crediamo che #coglioneNO sia un esempio.

Alessandro, tu sei di base a Londra, raccontaci i pro e i contro di questa scelta.
È un discorso davvero lungo, perché è un contrasto continuo. I pro sono una maggiore indipendenza, credo, la vita costa all’estero ma mi sento retribuito giustamente per il mio lavoro. I contro sono un senso di sradicamento cronico, sentire che Londra non è ancora la tua casa, per poi tornare in visita in Italia e scoprire che quella non è più la tua casa. Non è facilissimo, ma penso a breve termine per ora. L’Italia mi manca per tanti motivi ma per ora nessuno mi dice di tornare (a parte mia mamma e Stefano e Nicco che invece insistono; non so, forse hanno un problema con l’antenna).

Che cosa vi ha spinto a creare i tre video dall’hashtag #coglioneNO?
È partito tutto da una reazione, dalle tante mail ricevute e proposte indecenti. Abbiamo pensato che se proprio dovessimo lavorare gratis, allora dovevamo provare a uscire dalle regole, a sperimentare, e perché no a dare voce a tanti altri. È questo che vogliamo fare in fondo come autori di video e perché no, film: raccontare una generazione. Questa è solo una piccola goccia, abbiamo ancora tanto da dire, e speriamo di averne l’opportunità.

I video hanno avuto molto successo ma non sono mancate le critiche, secondo voi perché?
Perché sono provocatori, sono brevi, sono diretti. È ovvio che ci siano tanti aspetti opinabili sulle analogie che proponiamo, sul significato del termine “creativo”. Noi ci siamo fatti delle domande, e l’errore che in molti fanno è pensare che vogliamo dare risposte. #coglioneNO è una grande questione che ci poniamo, e che buttiamo nel calderone di Internet.

Attualmente qual è il problema più grande per i giovani lavoratori freelance?
Noi possiamo e vogliamo parlare per esperienza nostra e il problema è una percezione svalutata del valore che buone idee eseguite con buona tecnica possano apportare. Questa svalutazione è provocata sia da chi prova a sfruttare, che da chi accetta in nome forse di uno status symbol. Sappiamo bene che è un mercato strano e che la gavetta si fa dappertutto, ma a noi dà fastidio la naturalezza con cui si propone un vero e proprio sfruttamento.

Quale consiglio vi sentite di dare a quanti vogliano compiere un percorso simile al vostro?
Essere pronti a lavorare tante ore al giorno. Capire che specie in epoca di internet, la qualità dei lavori e delle idee conta, e diventerà sempre più misurabile. Non ci si può difendere dietro la scusa che “sei troppo creativo e la critica non capisce”. La qualità parla chiaro.

Progetti per il futuro?
Molti. Per ora ci guadagniamo da vivere con lavori commerciali ma vogliamo spostarci sempre più verso il linguaggio del cinema. Durante lo scorso anno abbiamo girato il nostro primo lungometraggio, un documentario: Erasmus 24_7 , finanziato in parte grazie ad una campagna crowdfunding. Questo è certamente il primo passo, speriamo sia accettato a festival internazionali, poi si vedrà. Speriamo di non fare la figura dei coglioni.













Irene D'Agati

Intervista a cura di Irene D'Agati

Ama l'odore dei vecchi libri, ma è una tech lover. Le piace definirsi fashion geek. Il suo blog è www.nonsoloborse.net

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