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Filippo Brugnoli

6 minuti 1040 parole

Vivere di musica. Filippo Brugnoli, bassista dei C+C=Maxigross, ci racconta come dopo aver vinto Arezzo Wave e presentato il secondo album, Ruvain.

Filippo, parliamo subito del mercato discografico italiano, come siamo messi?
Oggi in Italia la situazione è un po’ delicata. Le band di qualità non mancano, si sa. Quello che manca è la considerazione della musica come professione. O sei una star o sei un amatore che riesce a malapena a coprire le spese. Noi stiamo lavorando duramente per far si che la musica sia la nostra professione, perché crediamo che non ci sia nulla di più bello e gratificante. Collabpriamo anche con una etichetta discografica, la Vaggimal Records.

L’anno scorso avete vinto l’Arezzo Wave come miglior band emergente italiana, un mini-tour negli Stati Uniti e ora uscite con il secondo album, Ruvain. Come state vivendo l’attuale situazione, rilassati o con un briciolo di tensione?
Tensione no, ma nemmeno rilassati! Siamo concentrati, ogni giorno con la testa sulla musica e cerchiamo di migliorare sempre sfidando noi stessi. Stare sotto i riflettori ci tranquillizza, in un certo senso. E’ come se ci dicessero “ok questa è la giusta direzione”, e il fatto che questa strada, sino ad ora, ricalchi i passi del nostro cuore musicale ci dà grandi soddisfazioni. Per noi questo è un percorso naturale e spontaneo.

Cosa rappresenta per il gruppo questo nuovo disco? E per te a livello personale?
Questo disco è, prima di tutto, una tavola colorata a cui tutti e cinque abbiamo apportato sostanziose pennellate. E’ il frutto di due anni, tanti sono passati dall’uscita diel primo album, Singar. Tra prove, serate invernali attorno al camino e giornate estive passate su prati. Complessivamente un centinaio di concerti su e giù per lo Stivale con esperienze di tutti i tipi. Gli accordi si univano, diventavano giri, i giri ritornelli, i ritornelli canzonette e le canzonette a loro volta pezzi arrangiati.
Così, poco più di un anno fa, ci siamo ritrovati con quattordici canzoni pronte per essere registrate. È come se ciascun brano fosse sempre stato con noi e contenga i riflessi di ogni membro del gruppo.
Personalmente sento che ogni canzone ha una propria indole e attitudine. Ad ognuna associo tempi, luoghi e sensazioni. Suonarle significa accendere il fuoco di queste emozioni e condividerle, prima di tutto con chi sta sul palco assieme a me.

Ascoltandolo in free streaming ho apprezzato l’originalità del suono, lontanissimo da ciò che va per la maggiore ultimamente, dove tutti sono alla ricerca disperata di campionatori e drop da rubare al mondo dell’elettronica. Senti forte questo contrasto?
Il mondo della musica è come tutti i settori dell’arte: soggetto a mode e correnti di ogni tipo. E’ vero, oggi va molto la contaminazione elettronica e questa non è la nostra direzione artistica, almeno per ora.

Avete un’aria spensierata ma siete anche dei musicisti pignoli e molto attenti alla parte tecnica del vostro lavoro. Quale delle due anime ha il sopravvento?
Queste due anime convivono felicemente. Cerchiamo di divertirci il più possibile, annoiarci ed annoiare ci terrorizza. Su questo presupposto poi si lavora per ottenere il meglio da ogni singola nota, passaggio o stacco. Ogni aggiunta o variazione viene attentamente valutata: capita quotidianamente di metterci in discussione, accantonare un pezzo, riprenderlo, fonderlo con altri. Per quanto i nostri pezzi nascano per gioco, il più delle volte, quando arriva il momento di arrangiarli si opera con grande attenzione e rispetto per la musica. E, per quadrare il cerchio, ti posso garantire che questo ci diverte molto.

É nota la vostra passione per un certo tipo di folk/country d’oltre oceano, su tutti il canadese Neil Young. C’è qualche artista italiano invece a cui vi ispirate che ti senti di nominare?
Nonostante le nostre maggiori influenze risiedano, più che in altri luoghi, in altri tempi, abbiamo parecchi artisti italiani che stimiamo. Primo fra tutti Marco Fasolo, dei Jennifer Gentle, artista dalla profondità e dal talento indiscutibile. Abbiamo avuto il piacere di conoscerlo bene, stringendo una profonda amicizia con lui (Marco ha registrato in analogico tre pezzi di Ruvain). Con lui c’è stato e continua ad esserci un rapporto fantastico che ci ha permesso di crescere moltissimo; della sua musica ci colpiscono le sonorità vintage, che sanno “di nastro e valvole bollenti” e il velo di psichedelia che avvolge tutti i suoi dischi. I Jennifer Gentle non sono gli unici, anzi, direi che sono in ottima compagnia! Ad esempio i Verdena, che sono un caso unico in Italia, una band in grado di raccogliere consensi in tutto il Paese senza scendere a compromessi. Notorietà “major” con attitudine indipendente al 100%. Sempre dal Belpaese ci piacciono molto i Dumbo Gets Mad e Sycamore Age.

Cantate in italiano, spagnolo, portoghese, inglese, dialetto cimbro. Perché questa scelta?
La lingua principale per le nostre canzoni è l’inglese.. Il pezzo in cimbro (“A Freak Can”) è un tributo alla lingua cimbra, idioma morto ma che ci affascina per la sua genesi e storia. Le altre lingue le utilizziamo in quanto “perfette” per la musica che vanno ad accompagnare!

Visto che non tutti dalle nostre parti masticano lingue o dialetti lontani, di cosa parlano i vostri testi?
Per quanto riguarda i testi diamo la precedenza al colore delle parole, più che al loro significato. Nello specifico esse trattano di stati d’animo, sensazioni, situazioni, persone e luoghi. Il tutto in chiave totalmente introspettiva, in quanto parte della nostra intimità. Siamo consapevoli che questa non immediatezza possa scoraggiare alcuni, ma siamo anche certi che questa componente sia in grado di stimolare in molti altri quella curiosità e fascino che noi ritroviamo, ad esempio, nella canzoni di Dylan o nei testi, estremamente musicali, dei Beach Boys.

Qual è il vostro rapporto con i social media e chi vi segue?
Per noi i social media sono utilissimi. Dai vantaggi più immediati, come il poter promuovere a costo zero, fino ai risvolti più social: con una pagina Facebook, adeguatamente seguita e curata, è possibile incrementare il numero di fan, sentire la loro voce e ascoltare eventuali consigli o critiche. Per noi è un canale fondamentale.

I C+C=Maxigross sono:
Mattia Tramonti: cori, mandolino elettrico, chitarra, percussioni
Tobia Poltronieri: voce, chitarra, armonica
Francesco Ambrosini: voce, chitarra, tastiera
Carlotta Favretto: voce, batteria
e il nostro intervistato Filippo Brugnoli: basso, voce

(Tutte le foto sono di Ana Blagojevic)

Boris Puggia

Intervista a cura di Boris Puggia

Poliedrico sociologo, sempre alla ricerca di nuovi incontri attraverso cui sperimentare le diversità culturali. Appassionato di videomaking, è un accanito divoratore di musica e cinema

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