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Francesco Martinelli

13 minuti 2502 parole

Adotta traversine abbandonate e le trasforma in oggetti di grande valore. Intervista al resigner Francesco Martinelli

Ho conosciuto Francesco davanti a una salutare insalatona, gustata in una pizzeria con una bella terrazzina che affaccia sull’Adige, qui a Verona. Questa intervista è decisamente lunga rispetto a quelle che pubblichiamo di solito, ma gli argomenti affrontati offrono un bel po’ di spunti interessanti. Ritagliatevi una decina di minuti del vostro tempo. Ne varrà la pena.

Perché hai scelto questo posto per la tua intervista? Ti piacciono i fiumi?
Sì, mi piacciono i fiumi, sono molto legato all’acqua, al mare soprattutto, perché ci sono cresciuto. Vengo da una famiglia di marinai italiani vissuti tra Istria e Dalmazia. L’unica cosa che sapevano fare era pescare, per cui alla fine della Seconda Guerra Mondiale i fratelli di mia nonna si sono trasferiti negli USA e hanno aperto una pescheria nel Long Island. Quindi ho sempre vissuto tra Italia e Stati Uniti, con qualche puntatina anche a Londra durante l’adolescenza. Dopodiché sono rimasto in Italia per diplomarmi.

Ecco, a proposito di diploma. Qual è la tua formazione?
Avrei voluto fare l’istituto d’arte, intenzione dalla quale la mia insegnante delle medie mi dissuase perché non sapevo disegnare. Alla fine ho ripiegato su un istituto tecnico e mi sono appassionato alla matematica, alla fisica e in particolare alla geometria, che ritorna sempre in tutto quello che faccio.
C’è da dire, poi, che la mia indole ribelle mi ha portato a studiare solo quello che mi piaceva: mi sono sempre opposto a un sistema scolastico a mio avviso troppo lento e tradizionale. Sono piuttosto per un metodo più vicino a chi vuole imparare e non a chi vuole insegnare.
Dopo la maturità mi sono iscritto a un corso in Fotografia e Cinema all’Università di Ferrara. Studiavo, ma senza dare esami e alla fine ho cominciato a frequentare diversi professionisti, ai quali ho fatto da assistente. E’ così che mi sono appassionato alla fotografia: era l’unica cosa che mi permetteva di dipingere senza saper disegnare, dal momento che nessuno me lo ha mai insegnato.

E quando ti sei avvicinato al design?
Ho sempre amato l’arte duchampiana dell’object trouvé. Sono cresciuto in una famiglia umile e povera che mi ha educato all’importanza e alla gratitudine di quello che abbiamo. Così mi sono ritrovato a fare arte con tutto quello che trovavo. L’intuizione è nata per caso, mentre costruivo la mia casa: sono affascinato dagli oggetti, conservo di tutto. Poi, man mano, mi sono reso conto che le persone sono disposte a spendere per cose di cui hanno necessità. L’arte è sempre stata superflua. Forse c’è stato un periodo, negli anni ’80, in cui si è cercato di avvicinare l’arte al popolo, ma se il popolo non studia e non lavora su se stesso non la riconosce. Nel corso degli anni abbiamo assistito, e tuttora assistiamo, a uno svilimento delle opere d’arte. Un artista che lavora per anni al raggiungimento di un’immagine si ritrova a dover svendere il proprio lavoro perché nei grandi magazzini circolano stampe di opere famose per poche decine di euro, e questo è umiliante e mortificante. Sarebbe un lavoro invano e sconfinato cercare di riportare le persone all’amore per l’artista e le sue opere. Ecco, credo che la svolta per il design sia nata proprio dalla delusione nei confronti della fotografia, dopo essermi scontrato per anni con il sistema artistico tradizionale e italiano soprattutto.

Perché ti ha deluso?
Io volevo formarmi qui in Italia perché dopo la maturità non ho avuto modo di muovermi più di tanto. Ho lavorato con un fotografo di Carpi che mi ha aperto il suo cuore, mettendo a disposizione 40 anni di esperienza nella fotografia, ma mi sono sempre rifiutato di esporre i miei lavori. Ho provato con qualche galleria, ma mi sono reso conto che ciò che vorrei trasmettere non filtra, salvo qualche raro caso. Ormai i galleristi non esistono più e con loro è scomparsa anche la ricerca. Fino al dopoguerra collezionisti e galleristi sono stati ricercatori di novità. L’arte faceva passi in avanti perché galleristi e collezionisti riconoscevano l’artista in persone nuove. Ora ci sono delle scuole che ti insegnano a selezionare il tuo portfolio, ma per me questo non ha alcun senso: selezionare i propri lavori comporta una perdita delle proprie origini, è un po’ come imbastardirsi. Io voglio fare soltanto il mio lavoro, non devo giudicarlo.

Quindi adesso che ruolo occupa la fotografia nella tua vita? Ti capita di lavorare su commissione?
Continuo a fare fotografie, ma lo faccio più che altro per me stesso. Potrei farla diventare una professione se il mercato liberasse i fotografi dai canoni estetici dai quali sono governati. Credo che le immagini che ci sono sui giornali non diano stimoli e libertà e il mio gusto personale si allontana da questo modo di fare fotografia.
Così mi sono dovuto decidere tra ciò che mi piaceva e il lavoro. Ho scelto la prima opzione. Naturalmente ho fatto anche lavori su commissione ma la mia condizione è sempre stata avere libertà totale.

Da quello che ho potuto vedere si tratta soprattutto di fotografia di reportage, che documenta il tuo vissuto, i tuoi viaggi…
Sì. Per me il reportage è l’unico territorio basato un po’ di più sulle propria esperienza personale all’interno delle cose che vedi e che fotografi. In realtà, anche nei reportage sono inseriti degli stili e ci sono reportagisti che semplicemente documentano. C’è tutta una corrente derivata dall’architettura che richiede un’inquadratura perfetta, precisa, centrale. Ma è un tipo di racconto che è sempre uguale. Io cerco invece di raccontare ciò che sento e vedo. Il problema della fotografia, al giorno d’oggi, è che è diventata estremamente fruibile ed è un peccato che le persone non capiscano quanta ricerca si nasconda dietro ogni scatto. Purtroppo ormai il denaro si è infilato ovunque e la scala economica ha surclassato quella dei valori in diversi ambiti.
C’è un libro bellissimo di un filosofo tedesco che spiega come le persone non siano in grado di interpretare il linguaggio della fotografia. Possono leggerlo ma non sono abituati a scriverlo. E’ questa la grande forza dell’immagine: è un linguaggio derivato dalla mente, un inganno costruito sull’idea della realtà. Quando si insegnerà alle persone a leggere e scrivere immagini, allora forse la fotografia migliorerà da un punto di vista emozionale, sarà meno manipolata e meno standard. Ma è un’ipotesi molto lontana.

Osservando i pezzi che realizzi direi che il termine Resigner (crasi delle parole recycle e designer) racchiuda perfettamente tutta la tua inventiva…
I primi rudimenti del design li ho imparati prendendo parte a dei workshop organizzati da un gruppo di resigner, appunto, durante i quali chiunque dotato di un po’ di creatività o intuito poteva cimentarsi nel progettare, trovare e ricodificare cose.
E’ un peccato perché ci sono un sacco di impulsi verso il baratto e il riutilizzo e la gente sembra non coglierli.
Io adoro progettare da quello che trovo. L’idea della pagina bianca mi blocca, piuttosto preferisco un punto fermo dal quale partire.
La fotografia mi ha aiutato a apprezzare il linguaggio silenzioso delle cose che ci circondano, ma ogni oggetto ha una bellezza, una storia incredibile da raccontare e io amo ascoltarla.
Le traversine dei treni per esempio sono dei pezzi di legno. E’ quasi banale ma le persone, sedendocisi sopra, realizzano che non è il pezzo di legno di compensato del tavolo che hanno in casa ma è un legno che ha vissuto una vita e che è ancora vivo e loro lo riconoscono. Ce ne sono tonnellate di pezzi di legno così: dalle antiche travi a quelli buttati per strada, che non vengono riconosciuti solo perché sono abbandonati vicino ai cassonetti. Sono anni che cerco di interloquire con le istituzioni. E’ incredibile la loro cecità. Potrebbero permettere a chi fa design di utilizzare quel materiale, anche in accademia, invece di distruggerlo. Sono affascinato e rattristato dall’idea che ci sia tanto materiale che rischia di andare distrutto e che invece potrebbe essere riutilizzato per fare cose meravigliose con pochissimo.

Le traversine sono appunto la materia prima della tua Bench Collection, fresca di esposizione al Fuori Salone. Come è nata l’idea?
L’idea è nata quasi per caso, dal desiderio di prendere un oggetto abbandonato e dargli nuova vita, cercando di allontanarmi il più possibile da chi si è sempre occupato di design: chiunque studia la sedia o il tavolo, sono gli oggetti più inflazionati. Io ho deciso di muovermi in un territorio ancora inesplorato: una panchina lunga tre metri nessun designer di successo la fa perché ne venderebbe pochissime.

Willy Wonka Sofa e Alice the Wonder Bench sono davvero straordinarie! Non soltanto per la fantasia, ma perché rievocano perfettamente i mondi dei due romanzi. Mi viene proprio voglia di staccare un pezzo di divano e mangiarlo seduta sulla panchina, mentre aspetto di crescere e allungarmi come Alice. Come hai fatto?
Alice è la seduta da cui è scaturita tutta la collezione. Ho voluto inventare delle variazioni su quel tema.
Alice è la storia di tutti quelli che si avventurano nel mondo della fantasia e dell’inconscio. E’ la metafora dello specchio, quando guardi te stesso riflesso e cominci a vedere qualcosa di diverso. A quel punto ti domandi che cos’è e vai nel profondo. La panchina di Alice è nata da una traversina rossa trovata alla fine di un binario. Probabilmente era rossa perché doveva segnalare la fine della corsia. C’è tanto rosso in Alice a partire dalla Regina di Cuori, per cui l’associazione è stata immediata. In effetti non credo di metterci tantissima fantasia. Ho capito che quello che davvero mi piace del design è che non serve fare tanto. Non serve mettere troppe cose. Sono pochi gli interventi. Mi piace molto la piccola distorsione perché se guardi una cosa ti sembra che sia così. In realtà, se la osservi bene, realizzi che c’è qualcosa che ti dice che quella cosa non è ciò che sembra e sei costretto a scoprire che cos’è. Io non ho fatto altro che prendere un pezzo di legno, attaccargli 20 gambe e una sedia. Una cosa che può fare chiunque.
Willy Wonka, invece, è nato dal ritrovamento di questo bel divano marrone. Mi sono chiesto come renderlo più appetibile, giovane, simpatico, meno pesante. Così ho provato a giocare con i contrasti di colore e quel celeste lì sembrava davvero pasta di zucchero!
Il bello degli oggetti è che davvero possono diventare idee.

E tu come tuteli le tue idee?
In nessun modo, non mi interessa. Per tanti sarebbe controproducente lasciare circolare liberamente le proprie idea. Ma qualcuno ha detto che il miglior modo per avere una buona idea è avere tante idee e io sono perfettamente d’accordo.

Ma qualcuno ha comprato le tue panchine?
Alice è stata acquistata da un’azienda di moda inglese che fa abbigliamento da donna in stile country con quel gusto lì, un po’ naif se vogliamo. Non so come mi vengono fuori certe cose però mi piacciono, mi sembrano divertenti. Mi piacciono i giochi dei bambini, i colori forti (si tocca i suoi lunghi capelli raccolti in un codino blu, ndr).
Hanno comprato anche “Desert table”. Un tavolo nato da un gioco divertente e simpatico, seguendo una tecnica random: ho comprato un barattolo di colore verde e uno giallo e li ho versati da un capo all’altro del tavolo e in due lo abbiamo mosso per mescolare i colori senza pennello. Ho lavorato sugli aerei per qualche anno e quando volavamo sopra l’Egitto riuscivo a vedere soltanto il deserto che a un tratto veniva attraversato da questa fascia verde, il Nilo. Quindi questo tavolo rappresenta per me il punto di unione tra fiume e deserto.

Insomma è proprio il caso di dire che vivi con un piede nel mondo della fantasia e l’altro in quello reale. In quale dei due preferisci viaggiare?
Mi piace il territorio di mezzo. Mi piacerebbe poter vivere solo nel mondo della fantasia però dovremmo starci tutti quanti. Dovremmo costruirlo e essere in tanti.

Riassumendo: DESIGN, ART and PHOTO. Quindi vivi di questo?
Ci sto arrivando pian piano. Alla fine mi rendo conto che anche le altre attività che mi permettono di vivere hanno a che fare con questa capacità creativa. Ho un locale di musica e eventi e l’ho arredato totalmente io. Cerco di inserire l’arte un po’ ovunque, in fondo si tratta di pensieri laterali differenti. Credo che questa visione un po’ diversa mi aiuti a fare tutte le varie cose di cui mi occupo. Ad ogni modo puramente di design non sto vivendo e non so se vorrò mai viverci perché riconosco che in ognuno di noi c’è una parte un po’ avida e un po’ meschina, che saprebbe svendere alcune cose solo per denaro, ed è come se volessi salvaguardarmene. Vorrei continuare a sentirmi libero di poter perdere soldi piuttosto che guadagnarli.

Quindi organizzi anche eventi. Di recente mi sono ritrovata a parlare con un’amica che vorrebbe occuparsi proprio di questo. Come si comincia?
Si inizia lavorando per qualcuno che stimi. Abbiamo sempre bisogno di maestri e di essere allievi. Quando sappiamo di voler imparare qualcosa dobbiamo metterci al servizio di qualcuno che però non deve essere il primo a caso o quello con il nome più blasonato, il riconoscimento deve essere nostro. Questo l’ho imparato da mio padre che pratica yoga e discipline orientali. Tutto il percorso del sapere non scritto, umano, nello yoga e nelle discipline spirituali, viene trasmesso da maestro a allievo e il riconoscimento è reciproco. Io ho applicato qusto consiglio nel lavoro e nella vita in generale. A me dispiace un po’, alle volte, che a alcuni giovani abbiano inculcato la dinamica del guadagno, del dover essere retribuiti anche quando magari sei veramente un inetto in un settore. Soprattutto quando sei affiancato da un professionista che il suo lavoro lo sa fare e probabilmente quasi lo rallenta avere qualcuno vicino che non sa fare niente. Mio padre mi ha insegnato a essere umile e a lavorare e mi ha sempre detto: se tu lavori e ci metti impegno e cerchi di ascoltare la persona per la quale stai lavorando, vedrai che sarà lui a pagarti quando lo riterrà opportuno. Lui è il maestro.

E un consiglio in generale a chi volesse realizzarsi nella propria passione?
Essere umili e seguire le cose che vi piacciono e dalle quali potete imparare. Se riconoscete qualcuno di bravo, che sa lavorare bene, chiedetegli di lavorare per lui gratis. Anche per fare caffé e cappuccini. Prima o poi si troverà in un problema e allora avrà bisogno di una persona di fiducia che lo aiuti. E poi tanta ricerca. Farsi domande, studiare e cercare risposte un po’ più complesse di quelle semplici che ci vengono date. Non dobbiamo credere che non ci sia via di scampo. Più sei terrorizzato, più sei schiavo della macchina economica che ci vorrebbe prigionieri. Il distaccamento dal riscontro economico produce valore e riconoscimento. La vera soddisfazione non viene dai soldi ricevuti o dalla notorietà. Ci sono persone qui a Verona che fanno gli artigiani da 20 anni, non sono su nessun giornale e sono le persone più soddisfatte del mondo. Fanno il proprio lavoro e gli piace.

Sei felice?
Sì, molto, perché la soddisfazione arriva quando smetti di cercarla.

Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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